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di Ernesto Sii - Mogadiscio Pirati? Ma quali pirati noi siamo guardiacoste». Jama Si'ad non ha dubbi, la lucrativa attività lanciata negli ultimi due anni a largo delle Coste somale da gruppi di giovani armati rientra in una battaglia «sociale e patriottica».
Considerato uno dei capi dei nuovi "pirati" somali, divenuti l’incubo delle marine militari e commerciali di mezzo mondo disturbate nella traversata del Golfo di Aden (passaggio obbligato per arrivare allo stretto di Suez dall'Oceano Indiano), Jama Si’ad continua a spiegare ai media somali che i cosiddetti “pirati” non sono altro che una sorta di guardia costiera volontaria creata dagli abitanti della costa per «difendersi dalle navi straniere che saccheggiano illegalmente le risorse somale». Poi aggiunge che queste formazioni non deporranno le armi «fino a che la Somalia non avrà un governo forte in grado di far rispettare il proprio territorio». Jama Si’ad e i suoi compari non sono certo novelli "Robin Hood" nascosti, invece che nella foresta di Sherwood, negli anfratti della deserta costa somala, eppure sono in molti gli abitanti della ex-colonia italiana del Corno d’Africa che guardano ai pirati con una certa simpatia. Le gesta di qualche "bandito" del mare difficilmente riescono a sembrare importanti In un Paese dove dal 1991 non esiste un governo e la "legge" è sempre stata dettata da chi possiede di un fucile. Un Paese dove da 18 anni si muore per la fame, per i combattimenti, per le malattie o anche semplicemente per qualche ora di pioggia intensa, come accaduto giovedì mattina a Mogadiscio quando 11 bambini sono morti al termine di un temporale durato sei ore. Mentre la comunità internazionale organizza vertici per discutere e affrontare il fenomeno o invia nuove moderne fregate a pattugliare le acque antistanti le coste somale, per le strade di Mogadiscio si combatte, si muore, oppure si scappa. Solo negli ultimi giorni sono oltre 50.000 le persone fuggite dalla città, che negli ultimi tre anni è arrivata a registrare oltre un milione di sfollati, più della metà dell’intera popolazione. Un dramma che si consuma da 18 anni in territorio somalo nella totale indifferenza della Comunità internazionale; quella stessa comunità che invece ha dimostrato tanta solerzia nei confronti di quanto accade in mare. Una "solerzia" che fa sorridere, e arrabbiare, molti a Mogadiscio, visto che le acque e le coste somale sono state abbandonate per anni, tanto quanto il resto del Paese. Abbandonate quando pescherecci europei e asiatici per anni le hanno solcate portando via illegalmente il pesce. Abbandonate quando, come narrano le leggende, mercantili battenti ogni bandiera del globo usavano le coste somale per scaricare e interrare ogni tipo di rifiuto. E così quando Jama Si’ad giustifica l’ultimo redditizio "business" scoperto dagli intraprendenti "signori della guerra" somali (gli stessi che nel silenzio più totale gestiscono anche traffico di armi e persone tra Africa e penisola arabica, o i traffici di stupefacenti provenienti dal sud-est asiatico) con la riscossa delle popolazioni costiere rimaste senza lavoro a causa della pesca di frodo o dell’inquinamento ambientale e marino, in pochi in Somalia se la sentono di dissentire. Solo il governo di Mogadiscio, ben sapendo che il fenomeno della pirateria rientra nel più vasto problema del controllo e dello smantellamento dei tanti gruppi armati presenti nel Paese, al momento sembra sostenere la "linea dura" invocata dalla comunità internazionale. Una linea dura che passa per l’invio di navi da guerra americane, francesi, ma anche italiane, russe, cinesi, tutte accorse nelle ultime settimane a scortare i mercantili diretti verso lo Stretto di Suez. Ma nonostante tutto questo dispiegamento di forze, i "pirati" somali non sembrano essersi scoraggiati, come dimostrano gli ultimi dati diffusi dal Centro contro la pirateria dell’Ufficio marittimo internazionale (l’organismo della Camera di commercio internazionale predisposto ai controlli delle attività marittime), secondo cui ci sono stati più attacchi di pirati nei primi cinque mesi del 2009 che in tutto il 2008. A fronte dei 111 attacchi e il sequestro di 42 imbarcazioni avvenuti nel 2008, fino alla metà di maggio di quest’anno i pirati sono entrati in azione 114 volte riuscendo a sequestrare 29 navi. Nonostante la presenza militare internazionale nel golfo di Aden sembri aver intaccato l’efficacia degli attacchi, i pirati somali non sono né spaventati né scoraggiati dalla presenza di gigantesche navi da guerra visto che a bordo delle loro lance e gommoni continuano a lanciare azioni quotidiane. Ieri, secondo le informazioni diffuse dalla marina italiana, la nave ‘Maestrale’ avrebbe sventato un nuovo attacco di pirati somali ad un mercantile battente bandiera Saint Vincent e Grenadine. Nonostante l’atteggiamento collaborativo avuto finora dal governo somalo nei confronti delle soluzioni militari proposte dai paesi di mezzo mondo, la presenza di militari stranieri nelle acque somale sta cominciando a disturbare anche il mondo politico somalo e la gente comune. Non è un caso, infatti, che durante l’ultima conferenza internazionale sulla pirateria (tenuta all’inizio di questa settimana in Malesia), il governo di Mogadiscio abbia chiesto alla comunità internazionale di aiutare il paese a dotarsi di una propria marina per poter controllare in modo autonomo le sue coste. Col passare del tempo, e il moltiplicarsi dei blitz delle forze speciali francesi o americane e dei casi di arresto di persone accusate di essere ‘pirati’, in molti cominciano a sottolineare che, per quanto "sgangherato”, quello somalo è pur sempre uno stato sovrano e che i pirati sono cittadini somali con precisi diritti. In una lettera aperta pubblicata sui media locali alcune settimane fa, un gruppo di deputati del parlamento somalo condannava le recenti operazioni militari straniere che hanno portato all’uccisione di cittadini somali o al ‘rapimento’ di altri connazionali, prelevati dal proprio paese senza alcun tipo di processo. E così, mentre ieri di fronte a un tribunale di New York Abde Wale Abdul Kadhir Muse si dichiarava innocente dei dieci capi di accusa mossi nei suoi confronti per ‘pirateria’ e sequestro di un cittadino americano e a Mogadiscio infuriano i combattimenti tra maggioranza e opposizione tornano alla mente le parole di un editoriale pubblicato recentemente dal sito d’informazione somalo Garowe on line, pubblicazione elettronica di Radio Garowe, una delle principali emittenti somale: «Dove si trova la maschia reazione alla sofferenza delle masse in Somalia? Chi parla per le migliaia di persone senza volto le cui vite sono bloccate tra i carri armati degli etiopici e i mortai degli insorti? Dove sono le risoluzioni delle Nazioni Unite che chiedono alla politica internazionale e militare uno sforzo per porre fine a uno dei più annosi conflitti africani di sempre?». Quando bande di giovani affamati fanno irruzione su navi straniere e chiedono un riscatto, la reazione della comunità internazionale è rapida ed efficace, perché ad essere in gioco sono milioni di dollari. «Ma i civili sofferenti meritano solo parole dette senza troppa convinzione e il sostegno occasionale di una nave da guerra canadese che aiuta un ufficio dell’Onu a consegnare gli aiuti. Nel mondo di oggi fatto di ingiustizia e di arroganza, sembra che il denaro sia più prezioso della vita umana».
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