| La Rivoluzione empatica |
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| Scritto da Administrator |
| Sabato 22 Maggio 2010 16:01 |
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di Jeremy Rifkin
Credo che quello attuale sia un momento critico per la specie umana. Ci stiamo avvicinando alla nostra stessa estinzione, siamo di fronte agli ultimi colpi di coda della rivoluzione industriale. Fine della partita. Le fonti di energia conosciute si stanno esaurendo, le infrastrutture industriali sono alla canna del gas e stanno subendo un tracollo senza precedenti. L’economia globale è collassata. L’entropia figlia della rivoluzione industriale e l’enorme impronta carbonica (carbon footprint) derivante da due secoli di sfruttamento dei combustibili fossili stanno chiedendo il conto al pianeta terra. Siamo alle porte di un catastrofico cambiamento climatico che minaccia l’esistenza di ogni forma di vita. Come e perché siamo arrivati a questo punto? Il problema è che tutti noi affrontiamo le sfide poste alle nuove generazioni, le sfide della biosfera e della società globale, utilizzando idee circa la natura e la destinazione dell’uomo che risalgono al diciottesimo secolo, agli albori dell’epoca industriale e all’Illuminismo. Queste idee sono estremamente pericolose. I filosofi dell’Illuminismo sostenevano che l’essere umano fosse costituzionalmente individualista, utilitarista, competitivo, materialista e guidato dalla ricerca del piacere. Entro tale cornice sarebbe impossibile immaginare l’unione solidale di 6,2 miliardi di persone per fronteggiare la scarsità delle risorse naturali. Tuttavia, la visione dell’uomo che è emersa nella ricerche degli ultimi dieci anni in campo biologico, delle neuroscienze e antropologico è radicalmente diversa. L’uomo sarebbe predisposto biologicamente alla solidarietà e all’empatia, e non alla competitività, all’aggressività o alla violenza. Ma se fosse questa l’autentica essenza della natura umana, dovremmo allora sviluppare istituzioni che alimentino l’empatia anziché reprimerla, rivoluzionare il nostro modo di fare i genitori, le istituzioni scolastiche, rifondare i modelli economici e di governo. Il quesito che pongo nel mio ultimo libro (La civiltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi, Mondadori, 2010) è infatti il seguente: è possibile estendere l’empatia a tutto il genere umano e insieme alle creature che abitano l’ecosistema terrestre, in modo da generare un’unica, grande comunità dei viventi? Io credo che la generazione del nuovo millennio possa riuscirci. Innanzitutto, occorre capire in che modo sia mutata la coscienza umana nella storia, e a partire da ciò individuare la rotta che è necessario seguire. Nel corso della storia, la coscienza umana si è trasformata ogni volta che una rivoluzione energetica ha coinciso con una rivoluzione comunicativa. Una rivoluzione energetica determina la formazione di una civiltà più complessa, e una rivoluzione delle comunicazioni aiuta a gestire tale complessità. Tuttavia, insieme alla comunicazione muta anche la coscienza e si espande il campo dell’empatia. Ad esempio, le prime civiltà si dotarono di un proprio linguaggio orale e lo utilizzarono nella caccia. Si venne dunque formando una coscienza mitologica. In queste civiltà, l’empatia si estendeva ai legami di sangue tribali; i membri di una stessa famiglia, i consanguinei, empatizzavano fra di loro. Nelle grandi civiltà idraulico-agricole, si assistette a una rivoluzione delle comunicazioni, necessaria per gestire i sistemi di irrigazione e la distribuzione dell’energia su scala sociale. In ognuna di queste civiltà, si costituì infine una coscienza teologica dalla quale derivarono le principali religioni del mondo, le abramiche in Occidente, le buddiste in Oriente. In questo stadio di sviluppo, il campo dell’empatia fu esteso dai legami di sangue a quelli religiosi, cosicché vigessero rapporti empatici tra individui appartenenti alla stessa religione: gli ebrei empatizzavano con gli ebrei, i cristiani con i cristiani, i musulmani con i musulmani. Durante la Prima rivoluzione industriale, le innovazioni nel campo delle comunicazioni e della stampa coincisero con l’impiego di nuove fonti di energia, come il carbone e il vapore, e ciò aprì la strada alla formazione della coscienza ideologica e del concetto di Stato-nazione, facendo sì che l’empatia si applicasse ai legami di connazionalità - gli italiani con gli italiani, i tedeschi con i tedeschi, gli americani con gli americani. Ancora una volta, il campo dell’empatia si era andato allargando. L’empatia funge da collante sociale perché ci permette di far nostre le esperienze altrui, generando immedesimazione e solidarietà reciproca. La generazione di questo millennio vive in un’era in cui vi è una rinnovata convergenza tra tecnologie della comunicazione e dell’energia. La rete è una risorsa condivisa, che distribuisce comunicazione in tutto il mondo alla velocità della luce. Ad essa è possibile connettere una rivoluzione energetica, che in questo caso implicherebbe la distribuzione di energie rinnovabili. Se la distribuzione della comunicazione riuscisse a organizzare quella delle energie rinnovabili sorgerebbe la coscienza della biosfera, il fondamento della Terza rivoluzione industriale. Affinché si compia la Terza rivoluzione industriale occorre che ognuno produca la propria energia per poi condividerla con altri, distribuirla a livello sociale, esattamente come avviene per le informazioni generate nella rete, attraverso il cosiddetto open-source. In questo senso, l’identità dell’utente della rete non è né di destra né di sinistra, perché egli semplicemente si qualifica per il contributo che dà alla creazione di un contenuto accessibile a tutti, come nel caso di YouTube o di Wikipedia. Ciò premesso, possiamo affermare che ci sono le condizioni concrete perché si distribuiscano energia e comunicazione fino al punto che sorga la coscienza della biosfera. Voglio fare tre esempi. 1) Se visitate una qualsiasi scuola in Italia, potrete constatare come i bambini imparino che tutto quello che fanno, il cibo che mangiano, i vestiti che indossano, l’energia che consumano, lasciano un’impronta sull’intero pianeta e si ripercuotono su tutte le creature che lo abitano. Ecco, questa è coscienza della biosfera. 2) Quando Haiti è stata colpita dal terremoto, la generazione del nuovo millennio, nel giro di due ore, ha abbracciato empaticamente il paese caraibico attraverso Internet. 3) Dopo le proteste studentesche che seguirono le elezioni iraniane, una ragazza di nome Neda è rimasta uccisa nel corso della repressione del regime. Tutti sono riusciti a vedere quel video in rete abbracciando empaticamente tanto Neda quanto il resto dei ragazzi iraniani. Stante l’opportunità di condividere l’energia tra i continenti e distribuire comunicazione in tutti gli ambiti sociali, è possibile creare la coscienza della biosfera, in modo che essa sussuma ogni specie vivente. Ma si tratta di una corsa contro il tempo. Si riuscirà a raggiungere l’empatia globale prima che i cambiamenti climatici segnino lo scadere del tempo? O che venga fatto ricorso alle armi di distruzione di massa? Penso sia necessario adempiere a due missioni. La prima è la costituzione di un ambito di dialogo globale. Infatti, sarebbe di capitale importanza coinvolgere i movimenti sociali europei in un dialogo che si prefigga il ripensamento della costituzione essenziale dell’essere umano. John Locke, Adam Smith, Thomas Jefferson erano tutti giovani, tra i 20 e i 30 anni, quando formularono le rispettive concezioni dell’essere umano, che sfortunatamente avrebbero dominato la cultura dei due secoli successivi. Le generazioni del nuovo millennio, quelle degli attivisti di base, dovrebbero confrontarsi sul tema della coscienza empatica, sul modo più efficace per nutrire questa empatia, anche per via istituzionale. Sebbene le teorie economiche classiche ritengano che la collaborazione tra gli individui alla lunga sia destinata a fallire perché l’individualità prenderebbe il sopravvento, oggi centinaia di migliaia di donne e uomini sono già saldamente inseriti in una rete di cooperazione, per esempio gli attivisti che rivendicano il libero accesso al sapere e si battono contro il copyright. Poi viene la seconda missione, quella della codificazione di un nuovo diritto universale. Dai tempi della Seconda guerra mondiale, codifichiamo diritti sempre nuovi. Quando mia madre era piccola non poteva votare, perché le donne non erano considerate nemmeno esseri umani. Con l’estensione dell’empatia alle donne, ai disabili, alle persone con diversa inclinazione sessuale, alle persone di colore, abbiamo differenziato e allargato il campo dei diritti delle creature che appartengono alla nostra specie. Ma c’è un diritto che è al centro di tutti gli altri. La fotosintesi è il fattore economico principale del pianeta, perché tutto deriva dall’energia solare, l’economia della vita dipende dal sole. Si tratta del diritto fondamentale non solo di tutti gli esseri umani, quelli in vita e quelli che devono ancora nascere, ma di ogni altra creatura, in vita o che debba ancora nascere, a un equo accesso all’energia della fotosintesi e al proprio spazio vitale su questo pianeta, che si tratti di una volpe nel bosco o una rana nello stagno, perché la vita è un bene indivisibile di cui nessun individuo dell’universo può appropriarsi. Possiamo garantirla a tutti solo codificando il suddetto diritto universale. Questa è la coscienza della biosfera, l’essere tutti inclusi in un’unica comunità vitale. È una cosa semplice, difficile da compiersi: è profondamente semplice.
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| Ultimo aggiornamento Domenica 23 Maggio 2010 10:33 |





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