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Colpo di Tacco: il "new deal" energetico pugliese PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Sabato 22 Maggio 2010 16:20

di Alessio Arconzo

 

Per alcuni attualmente è la “California del Sud Italia”, per altri è “l’eterna incompiuta”. Sicuramente la Puglia, nel corso della recente storia, è stata entrambe le cose. Più volte ha dimostrato di poter decollare e liberarsi delle sue paure e deficienze (forse patologiche) e più volte ancora è caduta giù. Ciò perché, secondo il sociologo pugliese Franco Cassano, è stata “costretta, dopo qualche ebbrezza, ad accorgersi che le sue ali sono fragili o bruciate; e sente ritornare il peso di vecchi incubi, la disoccupazione, l’esodo dei giovani più capaci, il peso crescente della malavita, eccetera, eccetera…” Franco Tatò, che pugliese non è ma ha ben conosciuto la Puglia, anche in qualità di ex amministratore delegato di ENEL, circa dieci anni fa nel suo libro Perché la Puglia non è la California, riconosceva molte somiglianze con il fiorente Stato americano, soprattutto per la concentrazione di risorse in grado di attirare l’investimento nell’agricoltura avanzata, nel turismo, nell’industria dello spettacolo e infine nelle industrie high tech. 

Subito però, constatava la scarsa possibilità di investimento in tali settori dettata proprio dalla presenza di quei suoi mali storici, specialmente la “manifesta incapacità” degli amministratori locali, acriticamente assoggettati alle decisioni del governo nazionale. Decisioni che hanno portato, ad esempio, a un insediamento siderurgico e un insediamento petrolchimico, enormi, devastanti e mortiferi, in due dei territori più belli della regione. Ve lo immaginate come sarebbe San Diego con l’ILVA? Oppure la baia di San Josè con l’Eni-Chem? Sicuramente la California non avrebbe l’aspetto che conosciamo.

 

La Puglia, nonostante tutto, è una regione che ha sempre avuto un trend economico positivo negli anni. Scorrendo i rapporti più recenti pubblicati da SVIMEZ, ISTAT e Bankitalia, si scopre che la Puglia è la regione del Sud Italia che meglio ha reagito alla grave crisi mondiale. Nel 2008 il PIL pugliese ha subito una flessione “solo” dello 0,2 per cento. Non volendo considerare questo indicatore che, soprattutto in tempi di crisi, non sempre corrisponde a un benessere economico reale, sicuramente un record la Puglia lo detiene nella produzione di energia elettrica, proveniente sia da fonti rinnovabili sia da fonti tradizionali. La regione del “tacco dello stivale” nel 2008 ha infatti prodotto 37 miliardi di kilowattora, di cui soltanto 19,9 miliardi servono a soddisfare il fabbisogno interno. La Puglia è la seconda produttrice di energia in Italia, dopo la Lombardia.

 

La stragrande maggioranza di questa produzione proviene dal settore termoelettrico con circa 35 miliardi di kilowattora prodotti. In questo ambito la Puglia detiene un record nel record, concentrando in una sola città, Brindisi, la produzione di circa 4,5 miliardi di kW/h su tre centrali, due ad altissimo impatto ambientale. Purtroppo, oltre al primato produttivo, la scelleratezza delle classi dirigenti ha prodotto danni irrimediabili, tra l’altro ufficialmente riconosciuti.

 

Recentemente, infatti, l’ENEL, che detiene la proprietà di una delle centrali, ha ammesso che “la scelta di impiantare lì le centrali ha comportato delle significative modificazioni del territorio, all’economia, e agli stili di vita dei cittadini”. Uno studio del Dipartimento di Medicina del lavoro dell’Università degli studi di Bari rileva che negli anni 1990-1992 vi è stato un aumento della mortalità per tumore superiore alla media regionale del 23 per cento nei maschi e del 16 per cento nelle femmine.

 

Ma andiamo per ordine. La prima centrale a Brindisi è operativa a partire dal 1964 ed è alimentata con olio combustibile. Successivamente alla crisi energetica, il CIPE, senza aver prima consultato le comunità locali, decide la costruzione della seconda centrale a Brindisi. Pare che la sua costruzione sia stata, in termini di tempo, la più lunga d’Europa: ben 15 anni a fronte dei quattro stimati. Ma al di là di questo dato, che ai più in Italia potrà sembrare una “sottigliezza”, è la tecnologia dell’impianto a suscitare i dubbi maggiori. La nuova centrale avrebbe dovuto essere a carbone e sostituire la “vecchia” (oggi ancora in funzione) a olio combustibile.

 

Una volta ultimata viene tuttavia fatta funzionare con un nuovo tipo di olio combustibile, precisamente l’Orimulsion, che ha una percentuale di zolfo tripla rispetto al carbone. In più si decide di convertire la vecchia centrale all’impiego di carbone e di costruire un nastro trasportatore per il suo approviggionamento direttamente in porto. Costruito il nastro, la centrale viene nuovamente riorientata all’utilizzo di gas naturale. Morale della favola: nel corso della loro vita, le centrali di Brindisi hanno cambiato più volte tecnologia e ciò ha comportato notevoli costi e scarsa efficienza.

 

Nonostante l’evidente surplus di produzione (circa 17 miliardi di kW/h), in Puglia è sempre all’ordine del giorno il dibattito sulla “questione energetica”. Recentemente, il quotidiano della famiglia Berlusconi, il Giornale, ha pubblicato una lista di probabili siti per la costruzione di centrali nucleari in Puglia, corredata addirittura da una mappa. In Puglia il dibattito è rovente, e attenti osservatori prevedono che anche le imminenti elezioni regionali si decideranno alla luce dei programmi sulla questione energetica. Evidentemente questi attenti osservatori sono anche degli storici informati. Esattamente 30 anni fa, il 21 febbraio del 1980, l’allora presidente della Regione Nicola Quarta, esponente della DC, attraverso un’intervista al Corriere della Sera annunciò la disponibilità della Puglia a ospitare una centrale nucleare. In un solo giorno si scatenò il putiferio, tant’è che l’indomani Quarta dovette smentire e rettificare le sue dichiarazioni sulle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno. Il nucleare allora non fu impiantato in Puglia, grazie soprattutto alla fermezza degli abitanti di Avetrana e Manduria, nel tarantino. Un referendum consultivo, tenutosi l’8 agosto del 1982, finì addirittura con il 98,81 per cento di “no” alla proposta governativa.

 

Oggi in Puglia sembra di essere tornati indietro nel tempo e c’è chi si cimenta in singolari ragionamenti. Mi riferisco a coloro che ritengono il turismo incompatibile con la tecnologia eolica e solare che deturpa il territorio, deducendone che sarebbe meglio impiantare una bella centrale nucleare, magari vicino a una grande città. “Parigi ne ha cinque, è bellissima e ha il record di turisti l’anno, perché allora la Puglia neanche una?” A questi stravaganti sostenitori del nucleare forse basterebbe rispondere con le parole pronunciate nel 1977 dal fisico Amory Lovins, in audizione dinanzi alla Camera dei rappresentanti statunitense: “L’energia nucleare è morta. Come può considerarsi morto un brontosauro con la spina dorsale spezzata che, grande com’è, e con tanti gangli nervosi vicino alla coda, continua ad agitarsi senza sapere che è morto da un pezzo”.

 

Nel 2006 il Consiglio regionale guidato dal governatore Nichi Vendola ha approvato il Piano energetico ambientale regionale (PEAR). È una svolta per la regione e segna un chiaro solco in difesa delle energie rinnovabili, attraverso una riduzione dell’olio combustibile fossile e del carbone a favore di un investimento nel gas naturale, nell’energia solare, nell’eolico, nelle energie derivanti da biomasse e nell’idrogeno. Per la precisione, la Puglia è diventata in pochissimo tempo leader assoluta in Italia nelle fonti rinnovabili, producendo il 25,32 per cento dell’energia eolica e il 13,44 per cento dell’energia fotovoltaica nazionale. Nel 2007 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili copriva una percentuale dei consumi di energia elettrica pari a circa il 10 per cento, quota che è andata crescendo sempre di più negli ultimi anni.

 

Ad esempio, nel settore residenziale la suddetta quota supera il 35 per cento. Secondo Rodolfo Pasinetti, coordinatore PEAR Puglia: “È possibile ritenere che il contributo delle fonti rinnovabili, guidate dall’eolico, potrà raggiungere una quota di oltre il 25 per cento sul totale dei consumi elettrici entro i prossimi tre anni e di quasi il 100 per cento sui consumi del settore residenziale”.

 

Questo forte incremento è dovuto anche alla semplificazione normativa attuata dalla giunta regionale in materia. Grazie a essa, le piccole imprese non devono più ottenere complicate e improbabili autorizzazioni: basta la “denuncia di nuova attività” indirizzata ai comuni.

 

Ad oggi, la regione conta 419 tra produttori e distributori di energia, di cui 193 hanno sede legale nel territorio pugliese. Nel dicembre del 2008, la Regione ha riconosciuto il Distretto produttivo pugliese delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, “La Nuova Energia”. Il distretto si avvale della presenza di 263 imprese, oltre ad associazioni, sindacati, università, centri di ricerca ed enti, e può vantare, tra le sue finalità, la realizzazione di programmi di ricerca e trasferimento tecnologico, nonché progetti per innovare e sviluppare le filiere nel settore delle energie rinnovabili.

 

Un'esperienza simile, ma di respiro ancor più ampio è la creazione della H2U – The Hydrogen University” a Monopoli, in provincia di Bari. Una vera e propria università di carattere internazionale che si propone lo studio della creazione di una “economia dell’idrogeno”.

 

L’obiettivo è produrre l’idrogeno per scissione della molecola dell’acqua mediante energia proveniente esclusivamente da fonti rinnovabili. L’idrogeno verrebbe poi nuovamente ossidato restituendo l’energia immagazzinata e riproducendo la molecola di partenza. Si tratta sostanzialmente del ciclo naturale dell’acqua alimentato dall’energia primaria del Sole. L’idrogeno è l’elemento chimico più presente in natura. Saperlo sfruttare significherebbe assicurarsi una fonte pressoché inesauribile di energia. Al progetto collabora anche il prof. Jeremy Rifkin, e in pochi mesi sono stati stabiliti rapporti con università, regioni, camere di commercio e altri enti nazionali e internazionali.

L’obiettivo fissato dal PEAR per il 2016 è di dimezzare il trend di crescita dei consumi energetici regionali e di aumentare l’utilizzo delle energie rinnovabili sul totale della produzione elettrica. Quindi non viene posta attenzione solo alle emissioni inquinanti ma anche allo sviluppo legato al concetto di “economia della decrescita”. La Puglia ha capito che una gestione accentrata delle politiche energetiche, così come si è avuta in passato, immette nel mercato aziende che non hanno il minimo interesse affinché diminuiscano gli sprechi nei consumi finali, né tantomeno hanno convenienza a migliorare la loro efficienza di produzione.

 

Fino a poco tempo fa, l’energia si poteva solo comprare, era una merce. Oggi invece, attraverso l’autoproduzione, può essere un bene condiviso, diventare pubblica attraverso l’impiego della fonte rinnovabile più presente sul territorio. In Puglia e in particolare nel Salento, sono molti i comuni diventati promotori di questa nuova realtà costituendo consorzi e società nel campo delle biomasse, dell’eolico e del fotovoltaico.

 

I molti rampanti che criticano il nuovo modo (quasi democratico, potremmo dire) di rapportarsi allo sviluppo delle tecnologie di produzione energetica, lo fanno spesso evocando il pericolo che tutto questo distrugga il progresso, ossia le grandiose conquiste quali il nucleare o ciò che deriva dallo sfruttamento delle fonti fossili. In realtà, in nome dei propri interessi, mentono spudoratamente, poiché progresso non significa null’altro che sgomberare il campo dal vecchio.

 

Per descrivere il progresso, Charles Baudelaire utilizzava l’aggettivo greco heautontimorumenos, che tradotto significa carnefice di se stesso. E sentenziava: “Perché esista la legge del progresso, bisognerebbe che ognuno volesse crearla; e cioè quando tutti gli individui si applicheranno per progredire, allora e soltanto allora, l’umanità sarà in progresso”. Puglia: ce n’est que un début!

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Ultimo aggiornamento Sabato 22 Maggio 2010 16:24
 

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