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L'illusione del nucleare PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Martedì 15 Marzo 2011 14:18

di Guido Viale

A un quarto di secolo dalla conclusione del secondo millennio, ben prima che gli incidenti di Three Mile Island e Chernobyl bloccassero per anni il varo di nuove centrali, il nucleare aveva già fatto fallimento e imboccato la sua parabola discendente.

Per misurare questo fallimento, bisogna confrontare le sue performance con le speranze che aveva alimentato solo un quarto di secolo prima, all’inizio degli anni Cinquanta. Era stata promessa una fonte di energia praticamente inesauribile, a basso costo, non inquinante come il carbone e il petrolio, in grado di riscattare l’obbrobrio tecnologico dell’uso militare dell’energia atomica con le bombe di Hiroshima e Nagasaki: un terreno di pacifica competizione tecnologica e produttiva tra Occidente e mondo sovietico, tra capitalismo e socialismo. Ci si erano cimentati a fondo entrambi. Ad ammazzare il nucleare, come ha fatto notare più di un economista, è stato il mercato: cioè la liberalizzazione del mercato energetico. L’energia nucleare si è rivelata competitiva finché e dove ha vissuto come ricaduta dell’industria degli armamenti. Gli esempi maggiori sono la Francia e l’Unione Sovietica. Dove ha dovuto marciare sulle sue gambe, e innanzitutto negli Stati Uniti, dove la generazione elettrica è da sempre in mani private, il nucleare ha trascinato verso il fallimento una schiera imponente di imprese di fornitura di energia elettrica, nonostante il massiccio impegno del governo federale nella corsa agli armamenti. Investimenti troppo elevati, ritorni a scadenza troppo lontana, rischio di impresa troppo grande, rischio ambientale forzatamente sottovalutato. La mazzata degli incidenti di Three Mile Island e Chernobyl (non certo i maggiori nella storia di questa tecnologia; ma i precedenti, sia negli Stati Uniti che in Unione Sovietica, erano stati tenuti segreti) non ha fatto che sferrare al nucleare un secondo colpo. Il terzo è arrivato dal progressivo aumento del prezzo dell’uranio: un’altra risorsa a termine, con una prospettiva di esaurimento delle riserve che non si discosta molto da quelle di petrolio e metano; con una differenza. Dopo il picco, che forse abbiamo già superato, di petrolio se ne continuerà a estrarre parecchio, anche se a ritmi sempre più ridotti e a costi, economici e ambientali, sempre più elevati; fino a che il gioco non varrà più la candela. Con l’uranio no, perché esso non sgorga spontaneamente dalla terra, ma nemmeno si può spingere pompando acqua o gas nel sottosuolo. Quando i giacimenti, facilmente rilevabili attraverso le radiazioni, si esauriranno, finirà anche l’industria nucleare. A meno di ricorrere a quei mostri detti reattori autofertilizzanti, come il Phoenix, che anche la Francia ha dovuto spegnere per i rischi che comportava, dopo aver fatto il pieno di plutonio per i suoi armamenti; e che ora il Giappone sta riaccendendo, per lo stesso scopo. In ogni caso, il costo dell’uranio negli ultimi dieci anni è aumentato di dieci volte, nonostante le scorte messe a disposizione dallo smantellamento parziale degli arsenali nucleari e con un numero di reattori nel mondo sostanzialmente invariato. Ma, se l’impresa nucleare riprende e il numero dei reattori nel mondo torna a crescere, l’esaurimento dell’uranio si avvicina nel tempo di altrettanto. Se per esempio si volesse mandare avanti con alimentazione elettrica un parco automobilistico come quello attuale, non basterebbero 5000 centrali nucleari (oggi nel mondo ce ne sono 438). Per di più, poiché l’uranio è una risorsa strategica, anche dal punto di vista militare, se la accaparreranno le nazioni che “hanno la forza per farlo”. L’Italia, per fortuna, non è tra queste e rischia, se li costruisce, di ritrovarsi con i reattori fermi per mancanza di combustibile. Che ci sia un revival del nucleare non riconducibile solo all’ignoranza, alla superficialità e agli interessi impiantistici e tangentizi della nostra classe politica, è indubbio. Altri paesi, come Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e tutte le economie in pieno sviluppo del Sud-est asiatico si stanno mettendo sulla stessa strada. O per lo meno ci provano, anche se con scarsi risultati. Negli Stati Uniti, nonostante i massicci incentivi varati dal governo Bush, le imprese che hanno avviato progetti sono poche; quelle che si sono già ritirate, molte. L’Italia, per di più, essendo da anni priva di know-how e di personale aggiornati, parte in salita e le “imprese” che si candidano a gestire il programma varato in fretta e furia dal governo Berlusconi contano di attaccarsi alla mammella dello Stato per succhiare sovvenzioni, e non certo per competere con le altre fonti. Ciò vuol dire che una quantità sterminata di risorse, per di più in una fase di strette di bilancio dovute al collasso della finanza mondiale, verrà distolta dalla ricerca e dalla incentivazione delle fonti rinnovabili, che sono le uniche a poter garantire una vera transizione a un’era post-fossile, dato che l’unica fonte inesauribile è il sole e tutte le altre energie rinnovabili, con l’eccezione del - la geotermia, dipendono da essa. Ma perché mai, allora, l’impresa nucleare riprende? Riprende per mantenere l’illusione che si possa continuare a consumare energia al ritmo in cui lo facciamo adesso, senza mettere in discussione i nostri consumi, la nostra way of life. Con le fonti rinnovabili questo non è possibile: sono sicuramente sufficienti a consentire una vita decente a tutti gli abitanti del pianeta, ma a condizione di essere affiancate e supportate da massicci programmi di efficienza energetica, cioè da un uso più sobrio dell’energia. In alcuni campi - per esempio quello dei consumi cosiddetti “civili”, cioè edilizia, elettrodomestici e apparati informatici - la tecnologia può offrire contributi fondamentali; ma occorre promuovere e organizzare queste tecnologie, e non è una cosa facile né indolore, perché urta contro interessi consolidati. Ma, in altri campi come il turismo, la moda, la circolazione mondiale delle merci, il trasporto aereo, la gestione dei rifiuti e, soprattutto, la mobilità urbana ed extraurbana, l’efficienza energetica non è realizzabile attraverso semplici innovazioni tecnologiche, ancorché diffuse. Bisogna cambiare struttura, modelli e caratteristiche basilari dei nostri comportamenti. Le merci non potranno più fare il giro del mondo due o tre volte, inizialmente sotto forma di materie prime, poi di semilavorati, poi di prodotti finiti e poi ancora, magari, di rifiuti da riciclare o smaltire in qualche paese del terzo o del quarto mondo. Il principio chilometri zero, cioè la scelta di approvvigionarsi di materie prime il più vicino possibile alle fonti e agli impianti di lavorazione dovrà affermarsi ovunque, a partire dall’industria agroalimentare e dal riciclo degli scarti della produzione e del consumo. Il turismo e la mobilità aerea dovranno rinunciare all’illusione del low cost, ma anche alla miriade di viaggi inutili, di affari e di lavoro, per sostituirli con contatti online. Soprattutto, non potremo più permetterci una mobilità fondata sul possesso personale di una automobile parcheggiata per 22 ore al giorno in media, a intralciare il movimento degli altri, utilizzata per trasportare poco più di 1,2 passeggeri per veicolo ( sempre in media) movimentando una tonnellata di ferraglia per spostare cento chili di ciccia. Dovremo spegnere molte delle nostre luminarie e ridurre drasticamente il ricambio frenetico di abiti, gadget e giocattoli che alimenta gran parte dell’industria dell’effimero. Infine, dovremo andare a scavare nelle discariche, come già si sta facendo in molti paesi tutt’altro che tecnologicamente arretrati o economicamente poveri, per recuperare materiali che con tanta leggerezza continuiamo a mandare in discarica o a bruciare con la più bassa efficienza energetica mai realizzata nella storia dell’umanità, facendola passare per di più come “termovalorizzazione”. È questo che i nostri governanti, ma non solo loro, non possono accettare, perché non hanno né la cultura, né gli strumenti, né l’interesse a imbarcarsi lungo un percorso complesso, difficile, che li costringerebbe a scoprire le carte di fronte a un pubblico - e a un elettorato - che non è stato informato della gravità e delle dimensioni del problema, e soprattutto delle strade strette che occorre imboccare per venirne a capo finché siamo in tempo. Il mito del nucleare offre a tutti la possibilità di pensare che la vita continuerà senza bisogno di cambiamenti radicali. E per questo guadagna popolarità non solo tra i governanti, ma anche tra i governati. Almeno fino a quando non verremo a sapere che il sito prescelto per promettere di poter continuare a fornire energia a go go a tutti è proprio il comune in cui viviamo.

Questo articolo è stato pubblicato nel numero zero della rivista LOOP- per vederlo clicca qui

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Ultimo aggiornamento Martedì 15 Marzo 2011 14:20
 

Commenti  

 
0 #1 Federica 2010-08-07 23:12 Articolo veramente interessante. Citazione
 

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