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Comunicazione usa-e-getta, identità usa-e-getta? PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Martedì 31 Agosto 2010 12:31

di Francesca Ferrucci 

La “terza fase”
In un libro del 2000 (La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo, ed. Laterza), il linguista Raffaele Simone analizza la trasformazione profonda che le nuove tecnologie hanno determinato nel modo di pensare e di costruire il patrimonio immateriale – scientifico, culturale, artistico – delle società sviluppate. In estrema sintesi, l’argomento del saggio è che si stia progressivamente indebolendo l’intelligenza così come storicamente attivata e sviluppata dal linguaggio verbale quale principale canale di produzione/fruizione/diffusione delle conoscenze e dell’immaginario: un’intelligenza di tipo sequenziale

nella quale la costruzione del senso ultimo poggia sulla combinazione di rappresentazioni più semplici, a loro volta frutto di elaborazioni intellettuali precedenti, via via ordinate e gerarchizzate lungo la dimensione lineare del testo. Questo mezzo, alla base delle prime due fasi della specie (la prima inaugurata dalla scrittura come strumento di comunicazione asincrona, perciò potenzialmente a largo raggio, la seconda dalla stampa come industrializzazione della scrittura e sua diffusione di massa), comporta un continuo lavoro di analisi e strutturazione concettuale, molto impegnativo dal punto di vista neurologico e cognitivo. Sintomatico di questa complessità, scrive l’autore, il fatto che la lettura spesso richieda delle pause (rileggere più volte una stessa frase, ritornare su paragrafi già letti ecc.) e non possa essere svolta simultaneamente ad altre attività.       
Secondo Simone, l’avvento delle tecnologie delle immagini ha determinato una rottura epocale di questa egemonia e un mutamento antropologico, tanto da poter parlare di era dell’homo videns. La “terza fase” è stata inaugurata dalla diffusione massificata di immagini riproducibili in modo asincrono, attraverso la televisione, il cinema e, oggi, internet e le applicazioni tecnologiche di ultima generazione, che oltretutto permettono, con gli effetti speciali, di creare esperienze visive di eventi irreali. L’intelligenza che ne deriva è in generale più semplificata. Il messaggio è fruito in modo globale, olistico, con un numero di passaggi intermedi ridotto o nullo (in quanto non concettualmente articolato e mediato). La simultaneità è insieme l’effetto di una minore difficoltà e la causa di una maggiore pervasività: richiedendo una minore concentrazione, questo linguaggio può convivere con lo svolgimento sincrono di altre mansioni e può effettivamente raggiungere un maggior numero di destinatari. D’altro canto, la minore fatica intellettiva non comporta necessariamente una scarsità dello stimolo dal punto di vista emozionale, anzi, si potrebbe sostenere il contrario: proprio l’immediatezza e l’assenza di filtri concettuali possono moltiplicare l’impatto pragmatico di un testo multimediale.  La tesi che qui si vuole proporre è che, sullo sfondo di tale contesto, tutta la comunicazione in genere, anche quella attraverso il linguaggio verbale, stia subendo gli effetti di una semplificazione, che per aderenza alle forme sopra descritte si integra completamente in una dimensione di consumo: informare, argomentare, raccontare, così come appaiono nel loro uso massificato e divulgativo, sembrano sottostare a una sorta di respiro corto, nel quale il messaggio stesso, prima ancora che la sua espressione codificata, è costruito per essere gestito ed esaurire il suo valore in un ristretto arco di tempo.   
Vorrei provare a tracciare un profilo di questa tendenza a partire da una novità di questo decennio, la diffusione di quotidiani gratuiti nelle principali arterie di trasporto urbano. Si tratta di strumenti maggiormente permeabili, per loro natura, alle richieste della domanda e quindi indicativi delle trasformazioni negli usi linguistici e semiotici. Inoltre, sebbene non esistano a mia conoscenza delle statistiche rigorose sulla loro incidenza per numero di lettori, si tratta sicuramente di un fenomeno quantitativamente tutt’altro che trascurabile.

Le narrazioni
Osservando questi quotidiani, è molto evidente il dominio della cronaca che caratterizza gran parte del giornalismo italiano ed estero. Ci sono notizie dettagliate in tempo reale da tutte le parti del mondo, anche quelle più sperdute e periferiche. La globalizzazione si riflette nello spazio coperto dall’informazione, che è anche la cornice virtuale entro cui gli interlocutori costruiscono la propria comunanza di riferimenti e il senso della comunicazione. Uno spazio nel quale sono neutralizzate le specificità locali, storiche; uno spazio decontestualizzato in cui vigono coordinate universalistiche e agiscono attori spersonalizzati (spesso le frasi sono costruite al passivo, mettendo l’accento sul risultato dell’azione). 
La narrazione assomiglia molto ad una sceneggiatura: il testo si concentra sullo svolgimento di fatti esteriori molto più che sui loro eventuali nessi con il contesto in cui sono inseriti, con le loro cause e effetti. Escono di scena i fenomeni profondi, che sedimentano lentamente nella società, e viceversa si amplificano gli eventi eclatanti, indipendentemente dal valore aggiunto che apportano in termini di coscienza e conoscenza: come nei film, i primi sono secondari e subordinati ai secondi, alla vicenda particolare sulla quale si costruisce la capacità di catturare l’attenzione e  l’appeal del testo.
Come ti fanno sentire le notizie di oggi?
La tua squadra del cuore ha vinto lo scudetto?
Sciopero generale di mezzi pubblici, aerei, treni e taxi?
Incredibili temperature estive fino a Novembre?
Le notizie che leggi spesso ti riguardano più di quanto pensi, e hanno la capacità di renderti allegro, triste, arrabbiato, divertito.
Per tutte le notizie pubblicate oggi è possibile scegliere l'emoticon che meglio rappresenta la tua reazione alla singola notizia, potrai dire la tua e confrontarti con quello che pensa la community di City
[City online, 7 luglio 2010]

L’emotività è un fattore fondamentale di questi articoli, che spesso hanno il format di notizie-flash. La loro finalità primaria, in funzione della quale si fanno le scelte semantiche ed espressive, è quella di suscitare una reazione emotiva elementare, espressa non a caso da iconcine. Anche una narrazione di per sé calata in una cornice situazionale complessa, che richiederebbe l’attivazione di un bagaglio di conoscenze, è piegata all’esigenza di svegliare sentimenti semplici (sorpresa, compassione, biasimo ecc.) basati su opposizioni polari (buono/cattivo ecc.). L’esito emotivo è ciò che rende l’atto verbale facilmente e velocemente consumabile in un’esperienza immediata e non duratura; parallelamente, rende del tutto superflua la ricostruzione del contesto entro il quale i fatti narrati acquistano il loro senso autentico, proprio perché non è tanto quello ciò che si vuole approssimare, quanto un senso “normalizzato” e semplificato.
Sovrastimolazione emotiva e sottoutilizzo di filtri concettuali sono dunque due elementi convergenti di una modalità nella quale il messaggio, più che essere fatto proprio e interiorizzato, lavora come una specie di “corrente elettrica” dalla quale essere attraversati. In termini semiotici, si impoveriscono alcune delle dimensioni comunicative: quella espressiva, per cui ogni segno è espressione e manifestazione di chi lo realizza, dei suoi caratteri; quella semantico-sintattica, per cui ogni segno rappresenta un contenuto di coscienza, un’esperienza, un’idea ecc. Invece si rafforza molto la pragmatica, associata agli effetti sul ricevente: per intenderci, la funzione propria di minacce, ordini ecc. (di cui non ha senso domandarsi se siano vere o false perché sono essi stessi  azioni) e, tipicamente, dei testi pubblicitari, dove la componente informativa, seppure presente, è comunque subordinata all’imprinting evocativo e persuasivo.
Di conseguenza, diminuisce la cooperazione generata dalla dimensione semantica, per cui mittente e ricevente devono proiettarsi ciascuno nel punto di vista dell’altro nel tentativo di guadagnare in progress riferimenti e rappresentazioni condivise; si crea piuttosto un’asimmetria funzionale tra un produttore e uno (o più) consumatore/i, che fa il paio con la disparità nel possesso materiale delle competenze e delle risorse tecnologiche proprie del linguaggio delle immagini. 
Non a caso quest’ultimo è fruito oggi in grandissima parte nel ruolo di destinatario passivo, nonostante apparenti controtendenze:
Filma la tua giornata
Diventerà un film
(di Ridley Scott)
L’iniziativa di YouTube: raccoglierà i video in cui gli utenti racconteranno la giornata del 24 luglio e ne farà un film diretto da Kevin Macdonald e Ridley Scott  [City online, 7 luglio 2010]

La quotidianità, estromessa dall’orizzonte di senso entro cui i fatti si collocano, ritorna in gioco facendosi scena del set; ma è vissuta e registrata come pezzo di un film più grande che gli autori non possono ancora conoscere quando si raccontano: un nuovo testo che la supera e la trasfigura, del quale i protagonisti saranno, al pari degli altri, spettatori ex post.

Microcosmi, identità
Una comunicazione siffatta perde anche in relazionalità: non è più (o è molto meno) strumento di elaborazione condivisa di idee o modelli; è costruzione di sé non più (o molto meno) come presa di coscienza, ma dentro una dinamica di consumo veloce dove conta, ancora una volta, l’usabilità.
Esasperando una tendenza che riguarda l’intero giornalismo, in questi quotidiani si dedica moltissimo spazio allo sport e al calcio; ai prodotti comunicativi stessi (reality, fiction); allo spettacolo e alla moda, rinviando al linguaggio delle immagini.
Il giornale Leggo accorpa nella stessa categoria “attualità” notizie di gossip e di politica. In queste ultime, Il taglio è spesso tarato o sullo scandalismo (senza scarti rispetto al gossip stesso, equiparando ai vip coloro che hanno responsabilità pubbliche) o sulla pragmatica del singolo individuo: come impatta questa legge sul mio portafoglio, sulla mia condizione lavorativa? L’informazione sugli scioperi e le manifestazioni rientra nel grande gruppo delle notizie amministrative (mobilità cittadina ecc.) fino ad arrivare a quelle di immediata utilità pratica come il meteo, a volte insieme all’oroscopo.
Dall’organizzazione del menage quotidiano alla gestione del bilancio familiare, dalla cura del corpo al tempo libero, dai simboli ai desideri: sono i microcosmi personali l’altra principale cornice di riferimento, contraltare alla dispersività della globalizzazione, adottata per scegliere e collocare fatti, analisi, opinioni.
I lettori e le lettrici sono catturati da testi che nominano le loro esperienze dirette, reali o potenziali, per poi oggettivarle nel punto di vista spersonalizzato dei dati statistici:
Donne e dirigenti, che stress. 
Sono i lavoratori più stressati. Dal prossimo agosto ogni azienda dovrà valutare il rischio che corrono i propri dipendenti. [City, 2 luglio 2010]

Dopo aver riconosciuto in questo titolo un pezzo del mio vissuto personale ed essermi immedesimata, vengo proiettata in una prospettiva dall’esterno, che aggiunge poco o nulla alla mia comprensione del fenomeno ed è volta soprattutto a indicare un provvedimento da prendere, un qualcosa da farsi.
L’esito del problema si dà sempre nella dimensione ristretta entro la quale è stato riconosciuto: nell’articolo Stalking, per fermarlo bisogna riconoscerlo (City, 5 luglio 2010), dopo aver richiamato i numeri del fenomeno, si danno consigli e raccomandazioni per le donne minacciate. La società è assente dalla riflessione, rientrando in gioco solo nella veste dell’azione repressiva. E così ancora per disoccupazione, carovita, dipendenze, disturbi psicologici, sessualità… tanti pezzi diversi senza sguardi interpretativi che colgano nessi e ricompongano un disegno unitario; trattati separatamente a restituire una rappresentazione frantumata delle soggettività e alienata in tante immagini unidimensionali di questo o quell’aspetto, colto dal punto di vista “neutro”.  
Sorge una domanda: le caratteristiche del linguaggio che ho provato a descrivere (sovrastimolazione emotiva e sottoutilizzo di filtri concettuali; diminuzione della componente cooperativa e relazionale della comunicazione; dominio della dimensione pragmatica e del parametro di usabilità; rappresentazioni elementari basate su microcosmi) possono essere associate a un analogo processo di semplificazione delle identità, per cui prevalgono immagini univoche del sé e dell’altro e contrapposizioni polari noi/loro? Il tifo ne è una manifestazione socialmente trasversale: la sua ragion d’essere sta solo nella dinamica conflittuale che ne deriva e assomiglia molto più a un patto di sangue che a un’autodeterminazione storica (“romanista si nasce, non si diventa”). Ma esempi meno innocui potrebbero farsi attingendo alle nuove egemonie politico-culturali. 

Lo spazio pubblico
Alla fine di questi percorsi linguistici e immaginativi, non sembra più possibile una narrazione pubblica, perché mancano gli ingredienti fondamentali: l’ambientazione (un luogo percepito e vissuto come comune); i personaggi (un “noi” più ampio di quello che si dà dentro ai diversi microcosmi); un tempo agito dai personaggi al passato, presente e futuro. Scompare l’autodeterminazione come atto nella e della vicenda collettiva.
Prendendo un campione casuale (ePolis, edizioni del 19 e 21 luglio 2010), provo a fare un ultimo esperimento e svolgo delle ricerche automatiche sul lessico.
La presa di parola diretta tramite i pronomi di prima persona singolare o plurale (espliciti o sottointesi) avviene, nella maggior parte dei casi (18), da parte di soggetti privati inseriti in dinamiche di competizione: questo risulta non solo dagli inserti pubblicitari ma anche da interviste o lettere nelle quali si interviene in qualità di attori del mercato. In ordine decrescente, per 16 volte si dà voce a partiti ed esponenti politici; per 10 volte a vip; in 6 casi il “noi” si riferisce al Paese; in 5 a squadre di calcio; in 3 ad associazioni e in altrettante all’opinione pubblica; infine, ho contato 4 “io” che intervengono in qualità di cittadino/a per esprimere un’opinione generale. 
Un quadro coerente si ottiene capovolgendo l’approccio e inserendo come chiavi le parole pubblico/a/i/e e quelle dello stesso campo semantico. Sono qualificati in questo senso (tramite aggettivi) i sostantivi legati ai servizi sul territorio (es. bagni, telefono, museo, servizio/i 15 occorrenze), all’economia (debito, bilancio, finanza e simili, per un totale di 10 occorrenze), all’apparato (es. amministrazione/i, dipendenti, 9 occorrenze), alla sicurezza (ordine, sicurezza, 3 occorrenze). Per 3 volte è associato a un punto di vista specifico, diverso da quello del privato (es. interesse, opinione). In 3 casi si trova in associazione con sortita, uscita e manifestazione, rinviando all’idea della promozione dell’immagine personale in una scena pubblica. In cima alla lista di frequenza di tutte le parole usate in uno dei numeri presi a campione, la prima forma diversa da quelle grammaticali (preposizioni, congiunzioni e simili) è euro, con 36 occorrenze.
Si direbbe che lo spazio pubblico delineato da questi giornali, svuotato di una sua specifica narrazione, coincida nella sostanza con la colonia della pubblicità. Quasi non c’è differenza tra i messaggi pubblicitari veri e propri e uno schema sottointeso che governa il resto dei contenuti, dove il dominio della funzione pragmatica, in associazione con fotografie, si risolve nella grande categoria del marketing: di immagini e performance personali, di competenze e analisi convertite in istruzioni applicabili a largo raggio, di informazioni e notizie convertite in prodotti di consumo.   
Non può sorprendere che poi, alla crisi della rappresentanza, si risponda in generale con la politica-spettacolo: se sfuggono i referenti, poiché le identità si assottigliano e non si percepiscono più nello spazio pubblico, e se d’altra parte questo è ridotto a pubblicità, tanto vale buttarsi nella mischia e predisporre un’“offerta” appetibile in grado di soddisfare il destinatario-spettatore. Il modo più semplice di chiudere il cerchio.
 

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