| Veterani USA: dentro l'abisso |
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| Mercoledì 08 Settembre 2010 03:09 |
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di Francesca Coin Ho sempre desiderato scrivere dei veterani americani. Era il 2001 ed abitavo ad Atlanta, città del Sud-Est statunitense cara tanto al movimento afro-americano di Martin Luter King e Malcolm X, quanto al Ku Kux Klan (KKK), il movimento razzista bianco che da decenni incita alla white supremacy. Erano gli anni di 9/11, di Bush, dell’incitamento animalesco alla guerra contro il popolo Iracheno. Stavo lavorando a stretto contatto con un veterano ritornato da pochi anni dalla prima spedizione in Iraq. Figlio di famiglia povera e proletaria bianca in cerca di un riscatto, era un uomo alto dalla personalità forte e tormentata, dalla voce piena e pesante, dagli occhi sensibili. La guerra aveva lasciato in lui ferite aperte, ed il suo soprannome era Muzzle Head, testa di caricatore. Al ritorno dall’Iraq aveva incontrato una donna bionda, esile ed amorevole tanto da stargli vicina senza chiedergli niente in cambio. Si erano sposati. Non diceva di amarla, diceva che lei solamente avrebbe potuto amare lui. Lei era allora incinta della seconda figlia, e lui stava studiando teologia per diventare pastore protestante. Quando beveva e lasciava uscire in parte la sua voragine di colpa e di terrore si trasformava in una grande massa come un cratere in eruzione. Debordava, gridava, si lacerava. Conteneva le risate grasse con la birra mentre nella teologia e nella dolcezza della moglie cercava redenzione.
Durante la campagna preventiva anti-Iraq ci eravamo affacciati insieme al movimento contro la guerra. All’epoca il mio malessere di giovane straniera in una terra inconsapevolmente sospettosa della diversità, ed il suo malessere di ex marine di stanza nel deserto in una guerra criminale avevano trovato una complicità forte ed una collocazione inevitabile nella mobilitazione che allora cercava di coordinare gli studenti dei colleges di Atlanta, neri bianchi immigrati, ricchi e poveri, riformisti liberali democratici anarchici e radicali nella rivolta anti-bellica. La mia educazione allora verticale e partitica e la sua educazione militare si integravano e si amplificavano a vicenda in una combinazione mostruosa che fu all’inizio un propellente forte ed infine una forza lacerante all’interno del movimento. Quei mesi di organizzazione studentesca furono molto intensi e la sua vicinanza ispirante e difficilissima. Muzzle Head, per usare lo pseudonimo, non parlava mai dell'Iraq. Alla terza birra come sotto sedativo cominciava a ricordare immagini e rumori. I rumori erano il suo principale canale di sfogo. Li imitava li ripeteva vi ci si gettava dentro quasi a superarli di intensità e a beffeggiarli, stupidi rumori ed esplosioni, stupide sirene, stupida, sporca, maledetta guerra. Aveva conosciuto la moglie in un bar al ritorno dal fronte. La moglie era orfana di entrambi i genitori e da sola aveva allevato la sorellina più piccola. Bisognosa a tal punto di protezione da prendersi cura di lui. Lui non sopportava la propria inettitudine. Non sopportava che fosse vista da nessuno tantomeno da se stesso. Non sopportava di non essere quello che aveva odiato essere: un uomo forte, armato fino ai denti, invincibile più di tutti, così forte da succhiare la vita degli altri senza mai morire. In quei giorni c’erano manifestazioni ogni giorno. Dalle manifestazioni a Fort Benning in Georgia, al volantinaggio nei colleges, nelle scuole superiori, alle strade di Atlanta New York e San Francisco, alle riunioni nelle scuole e nelle chiese, nei sindacati e nei supermercati. I veterani erano ovunque. Sempre presenti, uomini e donne di ogni età. Tra questi veterani c’era Tom, un uomo di circa 60 anni, basso, con i capelli lunghi e gli occhi blu, brillanti come gli occhi dell’antico marinaio nella ballata di Coleridge. Timido, con la voce bassa, Tom era un pittore divorziato e povero che 37 anni prima era stato per 67 giorni in guerra con una funzione amministrativa. Tom non riusciva a parlare di quei giorni senza piangere. Sessantasette giorni trentasette anni prima con una funzione impiegatizia ed una vita distrutta: incapacità di comunicare con figli od amici sino ad isolarsi. Incapacità di parlare con la moglie sino a perderla. Incapacità di mantenere un lavoro. Incapacità di tornare ad una vita normale. Incapacità di perdonare se stesso. Incapacità di perdonare il governo, l’America, il popolo tutto. Incapacità di credere che veramente, veramente stiamo squartando popoli interi. C’era in me un grande rispetto ed una grande fascinazione per i veterani e per la loro presenza nelle piazze. Volevo scrivere del coming home, capire come la guerra disumanizza e umilia l’aggressore con l’aggredito. Volevo, ma allora non mi è riuscito. “Le truppe sono il simbolo d’America e parlare male dell’esercito è come offendere tua madre”, aveva commentato il mio mentor di allora, l’uomo “più a sinistra” del mio dipartimento quando gli avevo presentato il progetto. Dopo qualche mese ho rinunciato. Ma il problema continuava a riproporsi. Il 7 giugno 2010 la guerra in Afghanistan veniva dichiarata la più lunga guerra mai combattuta dagli Stati Uniti. Più lunga della guerra in Vietnam, più lunga della guerra in Iraq. A partire dal marzo 2008 questa guerra infinita ed inesistente, questa guerra che non c'è mai stata come ha scritto Baudrillard, cancellata dai media e dalla nostra coscienza, è diventata il perno dell'azione dei veterani. “Ne hanno parlato i politici, ne hanno parlato i generali, ne hanno parlato i media, ora tocca a noi”, aveva detto nel 2008 Kelly Dougherty, veterana dell'Iraq ed ora direttrice esecutiva di Iraq Veterans Against the War (IVAW), l’organizzazione di veterani nata nel 2004 per porre fine all'occupazione statunitense in Medioriente. “Non ne parliamo per sensazionalizzarla, ma per dire al popolo americano che cosa abbiamo fatto in loro nome, per prenderci la responsabilità di quello che abbiamo fatto”, continuava Kelly. Quelle testimonianze, in parte custodite in un testo duro chiamato Winter Soldier (Haymarket Books, 2008) sono raccapriccianti. “Stavamo guidando a Baghdad ed abbiamo trovato un corpo morto al lato della strada. Abbiamo frenato per metterlo al sicuro ed aspettare qualcuno che ci aiutasse a prenderci cura di questo uomo che era stato chiaramente ucciso. I miei amici allora sono scesi ed hanno cominciato a fotografarlo con grandi sorrisi in volto. Hanno detto hey Viges, vuoi una foto con questo qui? Ed io ho detto no, ma non nel senso che no, che era sbagliato da un punto di vista etico ma perchè non l’avevo ucciso io. Non puoi prenderti trofei per cose che non hai ucciso tu. [...] Semplicemente non dovevamo prenderci credito per cose che non avevamo fatto” (pp. 52-55). Scott Ewing, che ha servito in Iraq dal 2005 al 2006, ricordava che spesso i soldati offrivano caramelle ai bambini. “Non lo facevano per conquistare le loro simpatie. Se i bambini erano accanto ai nostri veicoli non ci avrebbero attaccati, dunque usavamo i bambini come scudi umani” (pp. 70-74). Brian Casler, ex caporale dei marines ricorda: “ho visto marines defecare nei pasti pronti o urinare nelle bottiglie d’acqua che poi avremmo lanciato ai bambini dall’altra parte della strada” (pp. 78-82). “Una cosa che succedeva spesso”, continua Jason Washbum, “era colpire a caso le auto che passavano. Questo non era mai un caso isolato” (pp. 47-50). Una volta, dice Hart Viges “ci hanno detto di sparare a tutti i taxi perché il nemico li stava utilizzando per il trasporto... Da quel momento la città si è incendiata e tutte le unità hanno cominciato a sparare su ogni veicolo in movimento”. “Mi ricordo”, dice Jason Hurd “quest’uomo che correva verso di me davanti al checkpoint, un uomo che portava con sè un giovane iracheno di 17-18 anni, molto magro, molto pallido. Correva verso di me e lo ha disteso ai miei piedi. Io l’ho guardato ed al ragazzo mancava un pezzo di braccio. Il suo avambraccio era sostenuto solo da un piccolo pezzo di pelle. Le ossa uscivano e sanguinava fortemente. Aveva ferite ovunque sul suo dorso. E quando l’ho girato per controllare la schiena ho visto che tutta la sua natica sinistra mancava, e sanguinava, e sgorgava sangue”. Le testimonianze continuano con quelle di medici giornalisti e civili iracheni. Un giornalista ammette di aver scritto principalmente propaganda di guerra per far sentire bene il popolo americano. Di aver assunto iracheni perchè scrivessero articoli favorevoli all'occupazione. Un medico ricorda che vigeva la minaccia di corte marziale per chi avesse sprecato i farmaci per curare gli iracheni. Che c’era una rigida gerarchia razziale rispetto a chi sarebbe stato curato: americani per primi, curdi per secondi, ed infine ad un terzo posto molto distante gli arabi. “Non a caso gli iracheni venivano chiamati range balls perchè quelle sono le palle che chi gioca a golf non si preoccupa di perdere”(p. 8). Negli anni il conflitto è diventato atroce e non solo per il numero di vittime, per la distruzione delle infrastrutture al punto che secondo Mike Davis nel 2006 ad occhio nudo si distinguevano “filamenti di escrementi umani nell’acqua di rubinetto”, o perché la disoccupazione era al 60% e le leucemie le deformazioni, le epidemie di epatite di tifo e di colera erano fuori controllo. Il conflitto è diventato atroce per il trauma inflitto alla nuova generazione, per aver radicalizzato, come scrive Patrick Resta, un'intera generazione di bimbi cresciuti odiando il proprio paese, odiando l'America, alzando il braccio al saluto di Hitler. Scrive la pacifista britannica Vernon Lee, il nemico è un'immagine simile a noi, come il nostro riflesso in un bicchiere. “Strike it out, and it strikes back at you”. Similmente Paola Zaretti osserva che se ogni suicidio è un omicidio a guardare la storia dell’Occidente anche ogni omicidio è un suicidio. E ancora Baudrillard in quel suo ultimo testo scriveva che “la violenza che si esercita è sempre speculare a quella che si infligge a se stessi. La violenza che ci si infligge è sempre speculare a quella che si esercita. E’ questa l’Intelligenza del Male”. Ecco che mentre la guerra in medioriente causava un eccidio di vite umane, tra i veterani americani si diffondevano sfregio e disperazione. In una recente lettera ad Obama, il medico psichiatra Manion denunciava che: “in più di 25 anni di lavoro non ho mai visto una tale immensa sofferenza fisica e psicologica, una tale infinita fila di marines inizialmente coraggiosi, addestrati e forti ora tanto profondamente lacerati a livello psicologico”. Come ha dichiarato Craig Bryan, un ex ufficiale dell’areonautica ed ora psicologo dell’Università del Texas, per quanto i militari siano addestrati a controllare l’aggressività, a sopprimere le reazioni emotive violente di fronte alle avversità ed a tollerare il dolore fisico ed emotivo, queste qualità “pensate per preparare i soldati ad uccidere senza rimorso sono parimenti associate con un elevato rischio di suicidio”. Candidamente Bryan ammetteva poi che l’efficacia dell’esercito è di fatto inscindibile dall'eventualità del suicidio: “non si possono modificare queste conseguenze psicologiche senza alterare negativamente la capacità offensiva del nostro esercito. In altre parole il suicidio nell’esercito è una malattia del lavoro”. Quest’ammissione gelida significa in realtà una cosa semplice, e cioè che l’essere umano non è senza inconscio, a differenza di ciò che scrive Recalcati, e quanto più in profondità insabbiamo le emozioni quanto più a lungo sopravvivono in noi. Non sorprenderà allora sapere che secondo l’Army Times al 2010 18 veterani al giorno si tolgono la vita. Oggi i tentati suicidi sono circa 950 al mese. Circa il 45% dei veterani soffre di malattie mentali, il 68% ha problemi di abuso di sostanze, e secondo il Department of Veteran Affair il Post Traumatic Stress Disorder (PTSD) coinvolge una percentuale compresa tra il 50% ed il 70% delle truppe. Lo chiamano disordine da stress post-traumatico, ma questa definizione semplicistica indica in realtà un fenomeno estremamente complesso, per il quale gli eventi traumatici cui le truppe partecipano o assistono ritornano negli incubi, nelle visioni e nella vita quotidiana come frammenti sconnessi deformati ed intermittenti completamente inabilitanti. Scrive il veterano Camillo Mejia, “ci sono volte in cui è così difficile gestire queste esperienze che il tuo stesso corpo, la tua stessa psiche per proteggerti dal perdere la tua umanità cancella certi ricordi che sono troppo dolorosi, che sono troppo duri da accettare” (pp. 212-220). Ecco che le fidanzate raccontano di compagni che non riescono ad andare al mare, perchè hanno paura della sabbia. Le mamme parlano di ex marines che di notte girano furiosamente per la camera da letto con la pila perchè sentono camminare di scorpioni. Le mogli parlano di veterani che hanno paura di andare dal fruttivendolo perchè lì ci sono donne con il velo. In generale le testimonianze dei famigliari descrivono uomini grandi e grossi terrorizzati dall’idea di chiudere gli occhi perchè quando abbassano le palpebre vedono corpi squartati come rane nelle strade. Che bevono perchè non riescono a dormire né a stare svegli. Uomini adulti disperati che la notte cercano rifugio nel grembo della mamma. Joyce Lucey, mamma di un veterano suicida ricorda come il figlio al ritorno dall'Iraq si tormentava, si automedicava con l'alcol, non riusciva a sopravvivere al senso di colpa, parlava solo di alberi e corde. “Una notte è scappato dalla finestra per andare a cercare delle birre. Jeff... era sulla strada con addosso la mimetica, dei coltelli, una pistola ed aveva in mano una cassa con sei birre. C’era un sorriso triste nel suo volto come quello di un’anima persa. [...] Poi a mezzanotte mi ha chiesto, per la seconda volta in quei giorni, se poteva dormire con me, se potevo tenerlo in braccio per qualche minuto. Ci siamo seduti ed io lo cullavo nel silenzio assoluto. Il suo terapista mi ha detto che quella era l’ultima spiaggia per lui, il suo ultimo rifugio. Il giorno dopo sono tornata a casa alle sette e quindici. Ho abbracciato Jeff per l’ultima volta, mentre abbassavo il suo corpo dalla corda che si era legato al collo”. L'iter che accompagna i veterani è proprio questo: è cosa nota che il loro rientro dal fronte sia fatto di droghe e di alcol, di crisi domestiche e risse pubbliche, di PTSD secondario per i famigliari, sino ad un fenomeno terminale chiamato pancaking, che sta ad indicare il momento in cui la vita dell’ex soldato collassa completamente a causa di una spirale di tormento che termina con la perdita del lavoro, l’incarceramento per droghe o violenza pubblica, la prigione e poi la perdita della casa. Non sorprende allora che un terzo dei senza tetto americani sia fatto di veterani di guerra, o che, come scrive Rivers Pitt, se potessimo correlare la violenza sociale all'esercito scopriremmo che dal PTSD dipendono il 21% dei casi di violenza sessuale, l’8% dei divorzi, il 9% della disoccupazione, ed in generale una larga parte degli episodi di criminalità di distruzione e di autodistruzione che si verificano nella vita pubblica, non ultimo l'Oklahoma City bombing. Da una democrazia fondata sulla guerra si diparte dunque una spirale di violenza proliferante che il governo non riconosce nè tantomeno placa. Secondo il Dr. Manion, licenziato dall'esercito a causa della sua preoccupazione per i veterani, da un lato il governo non vuole pagare le cure mediche e le pensioni di invalidità degli ex soldati, dall'altro ancor meno intende riconoscere il problema, perchè “accettare l’entità del trauma tra le truppe significherebbe ammettere di fronte al popolo americano che questa guerra ha una immensità di conseguenze negative”. Ecco che l'esercito ha creato per i veterani quelle che in gergo si chiamano warehouses of dispair, unità speciali ove i veterani vengono anestetizzati a furia di narcotici, punizioni corporali, morfina, sonniferi, antidepressivi ed eroina. E quando non vengono internati vengono imprigionati, o si aspetta che muoiano da sè. “E' come avere una fila di persone che sta per morire e nessuno gli presta attenzione”, scrive Manion. Ma non gli si può prestare attenzione, perchè dall'affossamento delle contraddizioni della guerra dipende la sopravvivenza di questo sistema tout court. Vi è una contraddizione strutturale nel mondo in cui viviamo, una contraddizione che risiede nell'inscindibilità di tutto ciò che viene normalmente distinto, democrazia e guerra, governanti e criminali, lavoro e schiavismo, chiesa e pedofilia, mercato e bombe. Su questa serie infinita di doppi registri siede una verità ultima, il fatto che il mercato e la guerra, la democrazia e la violenza non sono tra loro distinte ma una cosa sola, la faccia unica di un sistema la cui utopia monopolistica strutturalmente richiede l'affossamento di interi paesi, il furto di risorse primarie ad ogni costo, la sudditanza indistinta a quel sogno grandioso di fascismo mondiale che quattro dittatorelli novecenteschi non sono riusciti a realizzare. In questo contesto la dualità è la regola imprescindibile, scriveva Baudrillard, è necessario scongiurare l'interezza per salvaguardare la mistificazione, e così per salvaguardare la bugia si insabbiano nell'abisso tutte quelle contraddizioni che stanno portando la terra al collasso. Quando ho cominciato a scrivere del dolore dei veterani americani una domanda mi veniva posta in maniera ricorrente: perchè dovremmo ascoltare i ricordi di un gruppo di assassini? Quest'obiezione l'ho sempre accolta con nervosismo. Alla sua base vi è infatti non solo un giudizio, un giudizio aprioristico ed ingeneroso verso almeno quegli uomini e donne che sì hanno sventrato paesi interi ma che per questo hanno pagato e stanno pagando e lottando contro se stessi e chi li ha abusati. Alla base di questo giudizio vi è anche la stessa logica dualistica che nega la necessità sistemica della violenza militare e la attribuisce ad altri, a chi per mille motivi tra cui la mancanza di alternative si è venduto al poverty draft. In questa affermazione vive dunque una problematica doppia, una problematica che da una parte legittima il mercato ed i suoi mezzi e dall'altra punisce i suoi servi. Ciò che sfugge a questa critica è il fatto che di questa colpa siamo responsabili tutti. Anche noi, critici assuefatti di massacri in mondovisione abbagliati dalle paillettes del sabato sera, anche noi che abbiamo internalizzato un nichilismo passivo, un senso di estraneità al mondo che affonda le sue radici nello stesso humus di rassegnazione in cui prolifera la seduzione per l’esercito. Anche noi spettatori preoccupati e pessimisti, così divisi dai veterani essenzialmente dalla scelta di temere la morte sino a renderla vita piuttosto che vivere la morte per un fine mistificato, quando entrambe le scelte sono figlie dello stesso problema. C'era un romanzo di Oscar Wilde in cui un Dorian giovane e bello nascondeva in un quadro in soffitta le lacerazioni della sua coscienza. Così il capitale si è tolto il cappello e ci ha augurato buona notte mentre dietro alle quinte bombardava il medioriente, faceva sprofondare la Grecia, sosteneva che il naplam è perfetto per i bambini ed anneriva i Caraibi. Chi è partito sua fortuna o suo malgrado ha scoperto la bugia. Chi è rimasto ci convive. Questa bugia letale è il male che colpisce tutti, eppure il male ha un'intelligenza ricorda Baudrillard. È un'intelligenza pericolosa, quella del male, l'ultima spiaggia della non intelligenza, il segnale della pervasività della violenza, dalla sua incapacità di rispettare i confini della propaganda e dell'alterità. Che fare dunque dell'esperienza dei veterani americani? Chi leggerà le testimonianze dei veterani al Winter Soldier o i ricordi delle loro mamme vedrà che esse mostrano la più complessa trasformazione umana, la trasformazione di un essere umano da sordo esecutore di guerra ad individuo consapevole dei delicati equilibri della vita. Mostrano la possibilità di uscire vivi o addirittura ravvivati nella sensibilità da un giro prolungato all’inferno nei panni di Lucifero. Mostrano che il crimine non è una necessità antropologica come dice l'ex marine Matthis Chiroux ma un errore di cui ci si può prendere la responsabilità perchè anche gli errori peggiori possono essere condivisi. E che non importa quanto profondi siano gli abissi dell’animo umano, nulla è irreversibile, nemmeno il vortice di debito che ricatta l'Occidente o l'oceano di petrolio nei Caraibi. Nulla è irreversibile ma bisogna addentrarsi nell'abisso, fidarsi dell'oscurità e trovare la via d'uscita. E forse allora scopriremo, come in un ahimsa collettivo, che sopra l'abisso c'è il cielo, e che magari non era così lontano come credevamo. (da Loop numero 9 "Caos e Guerra") |
| Ultimo aggiornamento Venerdì 10 Settembre 2010 12:31 |




