| La strategia della violenza in Colombia |
|
|
|
| Scritto da Administrator |
| Lunedì 30 Marzo 2009 22:27 |
|
di simone bruno Negli ultimi mesi in Colombia si ha la sensazione di assistere al tramonto dell’era del presidente Uribe. L’unico presidente, nella storia recente del paese, ad aver mantenuto una popolarità altissima per tutta la sua era. Colui che ha cambiato la costituzione per permettere la propria rielezione, mantenuto le promesse elettorali di guerra senza tregua alla guerriglia delle Farc (fuerzas armadas revolucionarias Colombianas) e aver raggruppato sotto il cappello della seguridad democratica una serie di misure e leggi che, anche se di diversa natura, hanno lo scopo di mantenere o meglio ridare la sicurezza ai Colombiani. La sua presidenza si caratterizza anche per la negazione del conflitto e per la trasformazione dialettica del nemico guerrigliero in semplice organizzazione terrorista. Ad un anno e mezzo dalla fine del suo secondo mandato, con un referendum per la seconda rielezione appeso ad un filo sembra che la sua coalizione politica e sociale stia cadendo a pezzi. Sarebbe difficile comprendere a fondo il fenomeno Uribista senza considerarlo parte di un processo che comincia molto prima di lui e che gli sopravviverà a parte qualche ritocco cosmetico. Esiste un fattore nella storia Colombiana che si mantiene costante: il conflitto e chi di questo si alimenta e ne trae vantaggio. I conflitti armati generano desplazamiento, però nel caso Colombiano i termini del discorso sono invertiti. Qui l’origine stessa del conflitto è da ricercarsi nel desplazamiento. La terra delle comunità indigene, afro discendenti e dei contadini è ragione prima della guerra. Le oligarchie rurali, tra le più reazionarie del continente, le imprese nazionali e multinazionali, i paramilitari e i narcotrafficanti sognano di impadronirsi del generoso suolo del paese. Affinché questa contro riforma agraria possa continuare sono necessarie due condizioni fondamentali. La prima è la guerra e la seconda uno stato assente o, meglio, inesistente. Entrambe le condizioni esistono da sempre in Colombia. Non importa il tipo di conflitto, le sue ragioni o gli attori che lo combattono, l’importante è che ce ne sia uno. La guerra giustifica la violenza, confonde gli abusi e le legittime resistenze in una nebbia resa mediaticamente spessa e impenetrabile, trasforma sindacalisti, attivisti e movimenti sociali in sovversivi, rende socialmente accettabile il massacro e il genocidio, confonde le vittime e gli assassini e in fin dei conti tende a giustificare la violenza per una società abituata alla stessa, quasi fosse un male endemico destinato a non essere mai definitivamente sradicato. Il conflitto è permanente il nemico necessario. Ai paramilitari seguono i gruppi emergenti, al cartello di Medellin la oficina de Don Berna, a la oficina il gruppo di Don Mario al cartello di Cali, quello del Valle e così via. Scompaiono i gruppi armati, ma non le condizioni che li hanno generati, in modo che ne nascano nuovi e che sempre ci sia un nemico, o meglio un amico sfruttato. Tutte pedine di un gioco di guerra che legittima gli abusi, il desplazamiento, la repressione e la riproduzione della classe dominante. Affinché tutto funzioni l’intero sistema sporco di sangue deve essere avvolto in una forma democratica apparentemente perfetta e presentabile. L'elezione nel 2002 di Àlvaro Uribe rientra in questo schema. Da sempre si alternano governi dalla mano dura a governi più accondiscendenti e inclini al dialogo in una sorta di altalena che segue gli umori dei Colombiani, stizziti a volte dal fallimento dei negoziati con le Farc e altre volte, stanchi della guerra, aperti al discorso di pace. Eppure con Uribe avvengono alcuni cambiamenti. È il primo presidente post 11 Settembre, e dell’era Bush della lotta globale contro il terrorismo. Declassa la guerriglia a gruppo terrorista e la guerra lui la fa davvero, oltre ad essere un presidente senza partito, quindi fuori dalla alternanza tra Liberali e Conservatori che accompagna la repubblica sin dalla sua fondazione. Dall’ America di Bush piovono milioni di dollari sotto forma di Plan Colombia, la cui componente sociale Clintoniana è ormai un ricordo. Aumentano i soldati, si pagano ricompense per ogni guerrigliero ucciso, il presidente, ed è il primo in decenni, compie con le promesse elettorali. Fa la guerra. Militarizza le strade, le città, le università. I mass media sono entusiasti, i pochi che hanno i soldi per farlo viaggiano in macchina o in autobus per il paese. Le vittorie militari tardano, ma poi sono storiche, tra gli altri Raùl Reyes e Ivàn Rios, due degli esponenti del segretariato delle Farc, sono uccisi, uno tradito dai suoi, l’altro bombardato. Essendo di fronte ad un nemico terrorista dalla retorica presidenziale scompaiono le opzioni di dialogo, il suo governo vive di un discorso belligerante e nella ferocia del conflitto si riproduce. Fa la guerra sul serio, ma se la vincesse il presidente e il suo governo potrebbero andare a casa. Quindi la vittoria è sempre a un passo, ma non arriva e non arriverà mai. In questi giorni per spiegare questa visione il presidente usa una frase ripetuta continuamente: “il serpente `ancora vivo”. Però Il presidente Uribe rappresenta anche una anomalia nel sistema di potere. Da un lato non ha capito che la guerra deve essere una scusa e non una finalità, ossia non va fatta sul serio, deve servire per coprire gli interessi reali, non trasformarsi in un interesse in quanto tale. Altra particolarità del presidente è l’aver mantenuto livelli di popolarità stratosferici, proprio grazie alla guerra e di conseguenza grazie alla guerrilla che si è trasformata in un agente leggittimatore del presidente. In sostanza ne determina le fortune grazie alle proprie azione e alle proprie sconfitte, creando una relazione perversamente simbiotica, come ben racconta il recentemente liberato Alan Jara, ex governatore della regione del Meta, sequestrato dalle Farc per quasi 8 anni: "io mi azzardo a dire che sembra che al presidente Uribe convenga la situazione di guerra del paese e che, qui sta la perversione, alla guerriglia serva il presidente Uribe." Jara spiegando questo punto ha citato una conversazione con il comandante guerrigliero incaricato della sua liberazione, durante la quale il ribelle avrebbe affermato che la rivoluzione prospera in una situazione di crisi, come quella che genera il governo Uribe, rifacendosi alla categoria politica della situazione rivoluzionaria Leninista, e che lui, personalmente, avrebbe visto di buon occhio un eventuale terzo periodo del presidente. Uribe vive di due cose: una enorme popolarità che si alimenta del conflitto e sul postulato che fintanto che esiste la guerra non esiste miglior presidente che Uribe. Il secondo pilastro è la sua coalizione. Quest’ultima traballa da mesi. Alcuni settori dell’ Uribismo, soprattutto industriali, sono da tempo alla ricerca di uno scenario post-Uribe, che sia più presentabile e che generi meno conflitti con i vicini Latinoamericani e la nuova presidenza Democrata in USA. Perfino Luis Carlos Villegas, presidente della Asociación Nacional de Empresarios de Colombia (ANDI), uomo da sempre vicino all’establishment Statunitense ha dichiarato, in tempi in cui la vittoria di Obama era ancora una chimera, che: “Uribe passerà alla storia come il miglior presidente Colombiano […] non vale la pena che lo faccia per il suo attaccamento al potere.” I settori industriali pagano la crisi con i paesi vicini, soprattutto con il Venezuela, secondo partner commerciale del paese e unico a rifornirsi di manifattura Colombiana. Anche il trattato di libero commerci con gli stessi USA, è stato messo nel congelatore dalla maggioranza Democratica alle camere in attesa di un miglioramento del rispetto dei diritti dei sindacalisti Colombiani, che di fatto vuol dire fino ad un cambio alla presidenza. Anche se sembra un controsenso, la popolarità e le vittorie del presidente sono preoccupazione per la base sociale che l’appoggia, terrorizzati da un modello alla Fujimori e dalla forza del presidente che toglia ai poteri forti capacità di negoziare. Questi settori sono anche abituati a negoziare con un partito e non con una sola persona, per di più tanto popolare. La popolarità è il fattore che ha permesso al presidente di sopravvivere all’enorme numero di scandali che hanno attraversato il suo governo. Pensiamo alla parapolitica, con un terzo del parlamento indagato o in carcere per collusione con i paramilitari, alla compravendita di voti che ha permesso la sua rielezione, o allo scandalo dei falsoso positivos, una maniera politicamente corretta per chiamare le centinaia di ragazzi dei barrios poveri delle grandi città, fatti sparire e poi ritrovati come vittime di scontri armati con l’esercito. Lo scopo di questa incredibile strage di poveracci era quello di aumentare i numeri di nemici eliminati per poter riscuotere le ricompense, le licenze premio e le ascese di grado che il governo ha adottato per incentivare la guerra alla guerrilla. Ma anche questo pilastro, questa sorta di bolla di popolarità Uribista comincia a sgonfiarsi. Le ragioni sono due. La prima ha a che vedere con un lento e nuovo risveglio della società civile che comincia a chiedere una pace duratura. Per esempio i rilasci da parte delle Farc di sei sequestrati degli ultimi giorni avvengono dopo uno scambio epistolare durato sei mesi tra la guerriglia più antica del mondo e un gruppo d'intellettuali, giornalisti, politici, attivisti e gente comune preoccupati per la pace e il futuro del paese. Colombiane e Colombiani per la pace, come hanno deciso di chiamarsi gli oltre 130.000 firmanti, rappresentano un risveglio da quella atavica indifferenza verso le violenze del conflitto interno, di cui sembrano afflitti i Colombiani. Forse il secondo sintomo dopo le enormi manifestazioni contro il sequestro del 2008. Il secondo fattore che sta sgonfiando la bolla di popolarità è la crisi economica, lo scandalo delle piramidi e la fine della bonanza di esportazioni. Questo porta ad un assottigliarsi di quel gap che i sondaggi hanno sempre mostrato tra la popolarità del presidente e la percezione del governo, del paese e della propria vita. Insomma lentamente Uribe nell’ immaginario dei Colombiani comincia ad essere visto come il responsabile delle proprie miserie. Pur rimanendo, per ora, il suo livello di approvazione molto alto si nota un trend continuo di discesa, tanto che ora i Colombiani in maggioranza non sarebbero favorevoli ad un suo terzo mandato. Tutto questo spiega la difficoltà del percorso parlamentare del referendum per la seconda rielezione nelle camere. Il capitale politico, ma anche finanziario del presidente Uribe per fare la guerra del 2002 sembra ormai un lontano ricordo e per di più tutti i leader politici dei partiti della sua coalizione scalpitano per potersi lanciare alla presidenza. Per Uribe rimane invece fondamentale la rielezione dato che ormai i vari scandali bussano alla sua porta e hanno già coinvolto i suoi più vicini collaboratori. Anche lui è spaventato dal modello Fujimori. |




