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Scritto da Administrator   
Lunedì 30 Marzo 2009 22:29
di Sirio

ANTEFATTO

Exarchia è la prima cosa che ho visto della Grecia. Praticamente ci sono atterrato sopra. Metaforicamente chiaro. Visto che un quarto d’ora dopo aver ritirato le valigie in aeroporto ero gia in macchina con Maria. “Ho sete e fame dove mi stai portando?” “In centro, ovvio no?”
E la Grecia mi è apparsa bellissima in un bollente pomeriggio di mezzo agosto, tanto calorosa quanto ghiacciato era il mio ouzo.

Exarchia o Εξάρχεια che dir si voglia è un luogo che risulta molto familiare a chi viene da una città come Roma, è un dedalo di vie che potrebbero ricordare un Trastevere, piazze affollate di studenti come un San Lorenzo e multiculturali come un Pigneto.

Ed in quartieri come questo ti ci puoi perdere vagando tra una bottega e l’altra, lasciarti guidare dal naso e seguire i mille odori di un posto straniero ma stranamente familiare.

“Io mi sento bene qui, Maria” “Eleos Sirio! Italia Grecia una fatza una ratza” “ no, non lo hai detto veramente, giusto? Credevo fosse soltanto un’ invenzione letteraria del Salvadores nazionale, un pretesto da film, una esigenza di copione. E invece no. I Greci lo dicono davvero. Italia Grecia una faccia una razza. E in un posto come Exarchia te la senti sulla pelle questa assonanza. Tutto questo mediterraneo che esce da ogni angolo di muro bianco. E io, che l’aspetto latino proprio non lo ho, non mi sono però mai sentito così tanto simile a tutte queste facce scure da ogni parte dell’impero. Romano chiaramente. Donne e uomini di molte razze passeggiano, commerciano oppure solamente oziano nel quartiere di Exarchia in un normale sabato pomeriggio.

Pago il conto di questo speziato spuntino e decidiamo di fare due passi. A zonzo, da turista felice.  C’è uno di quei minuscoli chioschetti che sono quasi ad ogni angolo e dove vendono un po’ di tutto, giornali caramelle biglietti del bus sigarette e gomme americane, “aspetta fammi prendere una birra al volo”, siamo in strada, si sta bene non c’è folla esagerata, in fondo anche i greci ad agosto vanno in spiaggia. Mi distraggo un attimo, in uno scorcio tra due palazzi vedo un pezzetto di Acropoli e stavo per tirare fuori la macchina fotografica quando Maria mi tira per un braccio “accelera il passo adesso e tira dritto” nemmeno il tempo di chiedere cosa succede che già capisco tutto, c’è un gruppo di ragazzi che cammina li in strada a pochi metri da noi. Fa caldo ma loro indossano pesanti giubbotti antiproiettili neri e portano in braccio quelli che mi sembrano enormi fucili da guerra. Camminano tranquilli, ma non sembrano comunque quei tipi di compagnia coi quali scambiare un paio di battute. I pantaloni neri dentro gli anfibi, neri pure quelli, aumento l’andatura e non riesco a non pensare che qua fanno almeno 37 gradi e mi viene da ridere sotto i baffi, incredibilmente conscio adesso dei miei bermuda larghi e molto felice delle mie ciabatte da turista al mare.

Mezz’ora dopo sono in cima all’acropoli, la birra e il pomeriggio sono ormai andati e mi godo in silenzio l’ultima luce arancione del giorno. Atene è bianchissima da qua sopra e questo tramonto la sta incendiando. Sembra bruci davvero. E’ il momento buono per sapere qualcosa di questa città, e Maria mi racconta delle serate, e dei locali e della vita di studentessa universitaria, sempre divisa tra gli esami e gli amici, la vita normale insomma di tutti quelli della mia generazione. Mi racconta di Exarchia, ha visto i miei sguardi curiosi di prima, e mi spiega un po’ di come quel quartiere sia un centro pulsante di integrazione culturale e focolaio di pratica anarchica. E mi racconta di questo ultimo anno molto teso, dei numerosi scontri tra studenti e polizia, mi racconta del tentativo di militarizzazione di Exarchia in particolare e della radicale antipatia dei suoi residenti per l’ordine costituito. E questa città, che già da un po’ aveva assunto un aspetto familiare per me diventa ancora più vicina alla grande metropoli nella quale vivo da sempre. Crisi, Attrito, Sicurezza, Militarizzazione. A colpire nei luoghi dove il conflitto sociale si vive nel quotidiano e dove si praticano forme di realtà alternative. La Grecia è bollente, e non solo per il caldo, i poliziotti non entrano in pace ad Exarchia, continua a raccontare, vengono in assetto antisommossa, in nutrite pattuglie. Da soli non entrano, me lo ripete Maria, la situazione non è serena. Sono lontano e soprattutto sono in ferie, ma non riesco a non pensare a casa mia, al pacchetto sulla sicurezza appena varato del governo, al nuovo sindaco, agli sgomberi annunciati, alla deriva securitaria e a mia madre. Che lavora verso Termini e tutte le mattine da ora in poi dovrà passare di fronte allo spettacolo indecente dei fucili spianati. E la somiglianza con la Grecia adesso perde di poesia. Adesso è solo un po’ macabra.

AUTUNNO
L’episodio di cronaca è facile da raccontare: un poliziotto apre il fuoco e un ragazzo muore.
Facile, visto, già visto e rivisto. Succede.

Il fatto è che ci sono molte incongruenze. Ho ascoltato la notizia velocemente al telegiornale e la ho ruminata per un giorno intero senza digerirla, come quelle idee che hanno bisogno di una notte di sonno per venire fuori. Ho bisogno di sentire Maria, ho bisogno di sentirmelo dire da una voce umana che un ragazzino di 15 anni è morto ammazzato, ho sempre trovato fuori luogo la serietà asettica dei cronisti da telegiornale. Spersonalizzante. Ci scambiamo qualche sms, Atene è gia in fiamme, Alexis è morto sabato notte e il lunedì vede la settimana aprirsi con altri scontri.

E’ difficile sentirsi, Maria mi dice velocemente quanto è caldo il momento e io le chiedo di cercare una connessione internet e scrivermi appena può. Preparo una lista di domande, una lista logica di domande sperando di riuscire a razionalizzare, a schiarire la nebbia che ho in testa, una lista di domande ordinate e precise che Maria invece salta a piè pari, gettandomi ancora più nella confusione, scrivendomi invece quasi senza una virgola un flusso di emozioni intense, la rabbia, l’impotenza, la paura. Mi racconta di sabato notte, un normalissimo sabato autunnale, il centro pieno di gente e di vita. E mi sembra di essere li adesso in un bar di Exarchia a bere un chupito con gli amici, e poi rumore, grida, è successo qualcosa di brutto stavolta.

Alexis Grigoropoulos è un ragazzino di 15 anni, è sabato sera e sta festeggiando in centro l’onomastico di un amico, Nicolas. Una decina di adolescenti insomma. La domanda non è cosa stiano facendo loro li. Il punto è cosa stavano facendo due agenti di polizia da soli di sabato notte nel cuore di un quartiere popolato da quelli che chiamano estremisti, radicali, antagonisti e chi più ne ha più ne metta.

Cioè sarebbe come dire mi spoglio mi appendo un cartello al collo con scritto odio i negracci e me ne vado a zonzo per Harlem sperando che nessuno mi dica nulla.

La banda di terribili ragazzini vedendo i due tutori dell’ordine soli e senza rinforzi ha tirato fuori le armi affilate e pericolose della burla e al grido di fuori la polizia dalle nostre strade e soprattutto fuori i bidelli dalle nostre scuole ha iniziato a bombardarli di schiamazzi e parolacce e nello sghignazzo generale, in un accesso di adrenalina e risate, al grassottello di turno ipotizzo sarà anche volato il kebab dalle mani finendo dritto a sporcare la ruota della macchina con le lucine lampeggianti.

E il difensore della legge ha visto rosso. E ha riportato l’ordine appunto.

Inutile girarci attorno. E’ stato un omicidio a sangue freddo. Realizzato da due uomini spietati ma  voluto e pianificato da un governo in crisi a secco di risposte.

La morte di Alexis Grigoropoulos è un omicidio di stato. Si si, il termine è desueto e lo so anche io. Ma il senso resta quello. Un omicidio tremendamente funzionale.

 

Perché era ovvio che poi la Grecia intera si sarebbe raggomitolata su se stessa piangendo e distruggendo, bruciando la rabbia e le automobili in una orgia di violenza catartica e curatrice.

Perché era così prevedibile che le angosce economiche ed esistenziali di una intera nazione in crisi nera sarebbero poi state catalizzate da un fatto di cronaca.

I poliziotti arrestati, un paio di settimane di medioevale ferro e fuoco, qualche centinaia di anarchici arrestati, il pugno di ferro del governo, il bisogno di sicurezza del cittadino middle class, la pax di nuovo. Bella la pace dopo la guerra, nessuno ha più energie per lottare, si ha voglia di divertirsi, di rilassarsi, di non pensare, come quando si fa pace con la fidanzata dopo una brutta litigata, poi è tutto più rosa e fiori no?

Maria mi ha chiamato al telefono martedì sera raccontandomi bene queste giornate di stordimento.

In tanti erano e sono tuttora in strada, gente comune, studenti, lavoratori, in tanti e con rabbia,cani sciolti e organizzazioni, a gridare che ci sia giustizia, a gridare per Alexis che un futuro non lo ha più, e per tutti noi  che il futuro lo vediamo comunque traballante.

Sono giornate di lotta, di scontri, di rivendicazioni ma anche di follia umana, di saccheggio di devastazione, di polizia che spara lacrimogeni dentro le stazioni del metrò e di compagni che si organizzano per lo sciopero nazionale, di personaggi di mezza età alla guida di ragazzetti incappucciati e di hooligans di calcio che prendono in prestito la causa per spaccare tutto.

Sono autentiche giornate di guerra e lo sappiamo da sempre, il senso delle cose prende un’altra logica in guerra.

E la mia amica mi racconta degli arresti casuali, del fumo puzzolente dei lacrimogeni la dove di solito vivi e porti a spasso le tue giornate in pace.

Era inevitabile che l’odio esplodesse in forma violenta, virulenta e spontaneista,  inevitabile e cercata dal governo la vendetta popolare alla buona, come è successo a suo tempo a Los Angeles, recentemente a Parigi e ovunque nel mondo ci siano dei morti innocenti e non mi sento io di giudicare né di interpretare le passioni e le pulsioni naturali e umane.

Ma quello che di certo so è che c’è molto altro dietro alla cronaca e dietro alla micropolitica.

E bisogna ragionarci sopra in maniera più globale dando sempre un occhio alla catena delle azioni-reazioni continuando a porsi domande anche se la risposta tarda ad arrivare. Se lo stanno chiedendo ad Atene questi giorni e moralmente a fianco delle migliaia di precarie e precari greci ce lo chiediamo anche noi, perché Alexis? Perché la tensione? E più indietro ancora, perché la crisi politica in Grecia? E in Italia?

Non vogliamo morire ammazzati dall’ennesimo proiettile di rimbalzo su un coccio, non vogliamo  bruciare vivi nella fabbrica dove lavoriamo, rivendichiamo il diritto a non morire di amarezza pagando tutti i mesi un affitto che non ci permette di respirare. C’entra anche tutto questo con la morte di Alexis, perché il lutto sia una occasione per riprendere a pensare al futuro, perché la rabbia contro ogni ingiustizia non rimanga mai sopita.

E l’economia quanto c’entra in tutto questo? E la guerra permanente? E ancora di più, senza paura di perdersi a ritroso…e ? …

Ciao Alexis, ciao Carlo, ciao Piero, ciao a tutti gli innocenti che non ci sono più.
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