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Boicottaggio Coca Cola, come la crisi fagocita l'immaginario PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Lunedì 30 Marzo 2009 22:39
di Massimiliano Smeriglio

“A Roma comandano i no global” così titolava la prima pagina de Il Tempo il 23 ottobre 2004 a commento dei boicottaggi municipali della Coca Cola Company. Una campagna durata nel tempo che permise ai sindacalisti del Sinaltrainal di riaprire la partita colombiana con la multinazionale grazie alle pressioni internazionali e alla campagna portata avanti in Italia dalla Reboc – Rete Boicottaggio Coca Cola. Grazie ad un’occasione fortuita, replicammo brillantemente l’anno successivo, minacciando di negare il passaggio sul suolo municipale alla fiaccola olimpica per Torino 2006 accompagnata dallo sponsor con le bollicine.

Così scrivono i promotori della rete italiana per il boicottaggio: “La Colombia è diventato un modello per l'uso estremo della violenza usata per imporre i modelli neoliberali. Tutte le forme di organizzazione sociale continuano ad essere sterminate: indigeni, contadini, operai sono assassinati perché si oppongono alle pretese degli investitori. Ogni anno in questo paese vengono assassinati più sindacalisti che nel resto del mondo. Coca Cola Company, Coca Cola Colombia, la sua filiale Panamerican Beverage - Panamco S.A.- Acquisita da Coca Cola FEMSA, e Bebida y Alimentos de Uraba S.A., sono responsabili, per azioni o omissioni, di questa politica di annichilimento del movimento sociale la quale ha generato l'assassinio di 9 Lavoratori, l'esilio di 2, la fuga forzata (desplazamiento) di 48, minacce di morte contro 67, incarceramento per false accuse contro più di 15 operai a causa di calunniose segnalazioni da parte dei funzionari di Coca Cola che li accusano di essere terroristi e delinquenti, stigmatizzando e demonizzando la nostra attività sindacale”. Su questa denuncia shock si è costruito nel mondo un movimento di opinione e mobilitazione a sostegno dei sindacalisti colombiani.

Alcuni Municipi romani inserirono la loro azione di boicottaggio istituzionale in questo contesto, aderendo, e non promuovendo, a una campagna nata dal basso, da collettivi, studenti e sindacati in Italia così come nel resto del mondo. La campagna dei Municipi fece davvero scalpore, il sindaco Veltroni prima inferocito per essere stato infilzato sul terreno a lui più caro, la città vetrina succhia investimenti, svolse in seguito un’opera di mediazione che terminò con la firma di un protocollo d’intesa in Campidoglio con il coinvolgimento diretto di Coca Cola Company.
Il punto centrale dell’accordo prevedeva una visita di enti locali italiani nei siti colombiani ritenuti a rischio. Ovviamente la politica menzoniera diede il meglio di sé anche in quella occasione: firmato l’accordo il viaggio della commissione internazionale di verifica non si fece mai. Oggi la campagna di Reboc continua tra le difficoltà e le attenzioni dovute alla trattativa in corso in Colombia tra Sinaltrainal e Coca cola e in attesa della sentenza di appello del tribunale di Miami. Sperando che almeno le parole di Nicola Raffa, Consigliere delegato di Coca-Cola Italia, sottoscritte solennemente in Campidoglio il 7 novembre 2005 davanti alla stampa e al sindaco Veltroni trovino coerenza negli atti: “Se la Corte di Miami dovesse accertare responsabilità per violazione dei diritti umani della società d’imbottigliamento la The Coca-Cola Company adotterà tutte le misure appropriate, compresa la rottura del contratto di franchising”.

Ciononostante è evidente la caduta di attenzione rispetto a pochi anni fa sia nel movimento che nelle istituzioni sensibili ai temi proposti dal movimento altermondialista. I motivi possono essere molti, compresa la carsicità di alcune esperienze di lotta e denuncia che poi trovano in alcune occasioni massmediatiche la loro pubblica e generale “legittimazione”. Ma forse c’è dell’altro di più serio e profondo che ha a che fare con noi stessi, col nostro modo di attraversare l’apocalisse culturale e politica in cui siamo immersi e con il modo con cui la sinistra prova ad approcciare la crisi economica e il potere di acquisto che ne consegue.

E’ forte la sensazione di assistere, complessivamente e forse comprensibilmente, ad un arretramento culturale dovuto all’impatto, alla profondità del corto circuito macroeconomico, e alla difficoltà dell’accesso al credito che determina un impoverimento complessivo della popolazione tutta. In questo quadro parlare di battaglie che appaiono d’opinione, che muovono su un terreno materiale e di immaginario, che ci interrogano sugli stili di vita e di consumo, sembra un lusso che non ci possiamo permettere. Ma è davvero così? Lo slogan dell’Onda, semplice ed efficace “noi la crisi non la paghiamo”, è un programma politico di tutto rispetto perchè investe un bene fondamentale, quello formativo, e il diritto al presente; dovremmo però sforzarci di declinarlo con maggiore attenzione quando la crisi ci pone la questione centrale relativa ai consumi, ai nostri consumi di occidentali. E’ chiaro che la crisi, determinata dagli stregoni di Wall Street e dalle architetture matematiche dell’economia di cartone, va rispedita al mittente senza esitazione perché non può essere messa sul conto dei lavoratori dipendenti, dei precari, degli studenti e dei pensionati. Ma quella complessiva del sistema mondo, della biosfera e dei modelli di consumo e sviluppo siamo così certi che non ci riguardi? Non stiamo parlando di politiche di compatibilità o della risposta, sbagliata, di Berlinguer alla insorgenza del ’77 che, con la parola d’ordine dei sacrifici dimostrò di non aver capito la contemporaneità di quel movimento straordinario; non parliamo di austerità ma del pianeta terra, dei limiti e della sostenibilità che la politica dovrebbe proporre e che riguardano anche il modo di stare al mondo di ognuno di noi. In questo senso il boicottaggio della Company più famosa del mondo porta con sé verità plurali che dovremmo difendere con i denti dalla continua e repentina corporativizzazione e frammentazione di ogni espressione di lotta, di ogni progetto locale. La campagna della Reboc continua ad avere il merito di alludere al rapporto tra sud e nord del mondo, di occuparsi di violazione dei diritti umani e sindacali, di interrogarsi su un modello di sviluppo onnivoro che svuota le sorgenti per riempire le bottiglie, di curare un immaginario di responsabilità di lotta e consumo e da ultimo, di costruire solidarietà e riempire di senso la paziente edificazione quotidiana di un altro mondo possibile. Francamente non ci sembra poco, proviamo a concederci il lusso della sobrietà e della presa in carico della nostra immaginazione. Dentro la crisi vale di più.
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Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Marzo 2009 22:41
 

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