| Quel maledetto colore rosa |
|
|
|
| Scritto da Administrator |
| Lunedì 30 Marzo 2009 22:42 |
|
di Paolo Cordova Persino le tombe al cimitero, forse anche i morti che giacciono all’interno. Tutto è di colore rosa a Taranto. Il simbolo della femminilità, delle emozioni, dell’armonia e della sensibilità. Il colore della maglia del vincitore del giro d’Italia, della Gazzetta dello Sport, del fiocco alla porta quando il nascituro è una lei. Il colore del minerale da cui si estrae il ferro. A ridosso della città, anzi nella città, sorge il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, l’Ilva. Li si produce l’acciaio, tanto acciaio, una lega composta da ferro e polvere di carbone. Un materiale necessario dicono, senza il quale la rivoluzione industriale non sarebbe stata possibile. Anche l’Ilva si dice sia necessaria al sistema industriale italiano, senza la quale sarebbe totale la dipendenza del nostro paese dall’acciaio prodotto in India e Cina. Ma a quale costo? Ogni giorno arrivano al porto della città dei due mari navi cariche di minerali di ferro e carbone. Trasportati su treno vengono stipati in colline cosiddette di polvere, o parchi minerari. A Taiwan le colline di polvere sono coperte da cupole, lontane dalla città, a Taranto sono scoperte e a pochi passi dal quartiere più inquinato d’Europa, i Tamburi. I Tarantini hanno paura del vento. Si, perché quando c’è vento le polveri vengono disperse per tutta la città, fino ad una distanza di 100 km. I Tamburi vivono nell’industria, inalano tutti i giorni le polveri che inevitabilmente vengono disperse dal vento, respirano fumi di ogni colore, il bianco, il rosso e il nero vanno per la maggiore, convivono senza esserne innamorati con un mostro che brucia ed emette, emette, emette. I tarantini respirano ogni giorno un bel cocktail di polvere sottili. Gli scienziati le chiamano pm10, particelle microscopiche emesse in gran quantità dalle ciminiere dell’Ilva, di dimensioni abbastanza piccole da rimanere sospese nell’aria e venire quindi inalate attraverso il respiro. Diossina soprattutto, con l’aggiunta di una buona dose di IPA, gli idrocarburi Policiclici Aromatici, tra i quali figurail benzoapirene che pare abbia ha un potere cancerogeno non meno insidioso della diossina. A Taranto la diossina è arrivata a impregnare tutto. Mentre ci si indignava per la contaminazione delle bufale campane, più in giù nello stivale accadeva di peggio, e per di più nel silenzio generale. Anche a Taranto il latte, i formaggi, le carni sono impregnate di diossina. Già nel 2005, i dati ufficiali dell’Eper, il registro europeo delle emissioni inquinanti, indicavano nella città pugliese una produzione di 93 grammi di Pcdd (policlorodibenzo-p-diossine) e Pcdf (policlorodibenzo-p-furani), famiglia di diossine cancerogene che secondo l’Eper provenivano dallo stabilimento dell’Ilva. Praticamente il 90% del totale emesso in tutto il paese, 103 grammi, l’8’8% della diossina prodotta in Europa. All’inizio del 2008 l’associazione “Tarantoviva” ha fatto analizzare dal laboratorio Inca di Venezia il sangue di dieci volontari. Tra le persone più anziane, quelle più esposte, il livello di diossina registrato era il più alto mai rilevato nella casistica internazionale. I dati raccolti dall’Asl da marzo a oggi indicano inoltre che su 30 allevamenti esaminati 7 risultano positivi alla diossina. Le associazioni ambientaliste, prima fra tutte Peacelink, denunciano però come la diossina non sia l’unico problema. I dati diffusi in uno studio (dall'associazione ambientalista Peacelink, dalla sezione tarantina dell'Associazione italiana contro le leucemie e dal Comitato per Taranto) dimostrano come un bambino che vive a ridosso dell’area industriale inala in media 2,14 sigarette al giorno, cioè 780 all'anno. D'altronde - hanno spiegato le associazioni con dati riferiti al 2000 - un operaio della cokeria dell’Ilva, in un turno di otto ore, può inalare a seconda delle mansioni svolte da 305 a 7.278 sigarette, mentre i bambini del quartiere Tamburi il 4 marzo 2004 hanno inalato benzo(a)pirene equivalente a 128 sigarette per colpa di un micidiale vento spirato dalla zona industriale. Cosa dice la legge a proposito? Secondo la normativa europea la quantità di polveri sottili emesse nell’aria non può superare i 35 microgrammi per m2 per più di 35 giorni l’anno. A Taranto tale limite viene superato 70/80 volte all’anno. Non è consentito inoltre che un’industria sia così vicina al centro abitato. Nel 2005 la Corte di Cassazione aveva condannato l’Ilva, nella figura del proprietario Emilio Riva e del direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, per aver messo in atto comportamenti illegali che hanno provocato inquinamento atmosferico alla città e ingenti danni alla qualità della vita. In occasione di quel processo Comune e Provincia, in uno slancio di responsabilizzazione, si erano costituiti parte civile, ma all’ultimo momento gli stessi si ritirarono, evitando che l’Ilva fosse condannata al risarcimento dei danni arrecati alla città. E i Tarantini ringraziarono. A ringraziare saranno anche i 2000 lavoratori che quest’anno trascorreranno il Natale in cassa integrazione. Oltre al danno la beffa, per mano di un mostro da 9,5 miliardi di fatturato l’anno, 13 mila dipendenti più quelli dell’indotto, 44 morti sul lavoro dal 1995 (anno in cui l’allora Italsider fu privatizzata) ad oggi. L’ultimo, un operaio polacco dell’indotto,poche settimane fa. Mentre negli Usa si punta sempre più sui “green jobs”, è stato uno dei punti cardini del programma di Obama, da noi si investe ancora sulla grande industria. Ma ora basta, e i tarantini se ne stanno rendendo conto. Tanto che lo scorso 29 novembre20.000 persone, unite dallo slogan “ci avete rotto i polmoni”, hanno partecipato ad una manifestazione indetta per reclamare il diritto alla salute. Non esiste occupazione e sviluppo ad ogni costo. Specie se a rimetterci la vita sono tutti, bambini compresi. Se in una città si registra il 30-40% in più di incidenza di cancro ai polmoni rispetto al resto d’Italia c’è qualcosa che non sta funzionando, che qualcuno ha taciuto, e continua a tacere. A tutti i livelli, istituzionali e non. E il silenzio delle istituzioni, specie del governo, aumenterà ancora di più dopo l’ingresso del patron Riva nella cordata CAI che ha rilevato Alitalia. La gente è stufa della regola tutta italiana del do ut des, perché a Taranto, a causa della grande industria,si muore e si continuerà a morire. Parola di chi a due passi da quell’inferno ci è cresciuto. |
| Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Marzo 2009 22:44 |




