| Epica, etica e vita |
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| Scritto da Administrator |
| Mercoledì 29 Aprile 2009 10:56 |
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di Nicolò Spaziante Ciò che noi reperiamo alla voce “vita” della nostra enciclopedia deriva originariamente dalla definizione platonica di uomo, un’anima che si serve di un corpo, donde segue che l’anima è una sostanza spirituale, una delle cui funzioni è di vivificare il corpo. Tale patrimonio metafisico è giunto all’epoca odierna attraverso S. Agostino, che in the long run ha soppiantato la concezione scolastico-aristotelica, fissata da Tommaso, e dominante per tutto il basso medioevo, secondo cui l’anima non è una sostanza, ma una forma (sebbene sussistente): l’essenza dell’uomo sarebbe in questo caso il composto di anima e corpo, e non la sola anima. Dobbiamo sottolineare come entrambe le interpretazioni del concetto di vita siano state compatibili con la dottrina cristiano cattolica, dal momento che entrambe si sono sviluppate dal dibattito filosofico sorto al suo interno; naturalmente ciascuna strada presenta le proprie particolari asperità: nel primo caso, dobbiamo ricercare il principio per il quale l’anima sia per così dire appiccicata al corpo, nel secondo caso invece ne dobbiamo testare la capacità di disimpegnarsi da questo, per non incorrere nella morte anch’essa. L’affermarsi della visione agostiniana è legata dunque non a una superiorità teorica, o a una minore serie di aporie nella direzione del dogma cattolico, bensì a determinate condizioni storiche, che hanno imposto la risoluzione della controversia da un campo del tutto extrafilosofico; la rivoluzione industriale non poteva essere costretta dai legacci della psicologia tomista, che attribuiva la vita (e dunque la sacralità) a tutto l’insieme di anima e corpo, e si rivolse dunque all’atteggiamento agostiniano, una lettura pretestuosa del quale poteva consentiva di sfruttare, uccidere e deportare i corpi, salvando però le anime. Come ultimo elemento, opportuno da sottoporre a riflessione, dobbiamo citare la circostanza per cui, se indaghiamo con onestà il nostro linguaggio, e il nostro pensiero, troveremo che sia la concezione agostiniana della vita, piuttosto che quella tomistica, ad essere sottesa a molti dei ragionamenti che conduciamo, e ciò accade per il semplice motivo che il catechismo cristiano è una delle fonti da cui la morale italiana è costruita nella sua genealogia. A questo punto, e con queste poche premesse, possiamo iniziare il confronto su quale posizione sottoscrivere delle due presentate, ovvero introdurne di nuove; si può comprendere che ogni diverso approccio alla questione risulterebbe, nel migliore dei casi, inutile, ma più probabilmente pernicioso, perché ideologicamente fondato, e sottratto perciò alla discussione razionale. Nonostante i nostri sforzi, qual che sia la definizione accertata come migliore, anche nel più leale dei confronti dialettici, questa non potrebbe comunque essere applicata senza incertezze negli altri campi della pratica umana; un esempio potrebbe essere il caso della traduzione del principio psicologico nella decisione morale, che si potrebbe esprimere con la domanda: date le mie precedenti indicazioni circa la natura della vita, a che condizioni essa deve essere tutelata? È di per sé un valore, ossia è giusto preservarla? In questo caso, lo slittamento è anche metodologico, e si applica con la ragione ciò che è stato l’intelletto a rinvenire; a questo punto, la pretesa di universalità del nostro giudizio si tramuta da pretesa razionale a pretesa morale, col che l’universalità di quest’ultima non può essere che formale, riguardare cioè l’applicazione del giudizio morale più che il suo contenuto in termini di bene. Abbiamo ottenuto un giudizio morale, fondato su una precisa concezione della vita, circa l’opportunità di preservarla; è necessario a questo punto intavolare un ulteriore piano di discussione: sarà la trattativa politica, la razionalità interpersonale che si dispiega in un confronto etico mediato dal linguaggio, a definire lo spazio per le diverse opzioni morali nel contesto sociale. Il tragitto che abbiamo tracciato, e che abbiamo definito nelle sue parti strutturali, deve però essere percorso nella sua interezza: ove una sua parte venga considerata già risolta, e non razionalmente appurata, ci si imbatterà in una costruzione teorica ideologica e totalitaria. Il nostro questionare sull’applicazione delle questioni morali in campo etico-politico dovrà dunque iniziare con l’acclaramento dei termini in gioco, condotto mediante un’analisi genealogica e linguistica, ricostruttiva più che prescrittiva, seguito dalla definizione della domanda morale di base, e concludersi nella trattativa leale con gli altri enti morali (le altre libertà), con l’obiettivo di consentire l’applicazione pratica di quante più moralità (libertà) possibili. Si noti come sia emerso il nesso tra libertà e moralità, intese nel rapporto che abbiamo appena definito: la libertà è sì condizione della moralità, in quanto non può darsi il dovere morale senza libertà, e nondimeno è la legge morale come fatto che ci rende coscienti di essere liberi. Sul piano ontologico, dunque, la libertà è condizione della moralità, ma sul piano gnoseologico, la moralità è condizione della libertà. Per quest’ultima ragione, in un dibattito sulla vita, e sul suo valore, è irragionevole pretendere un atteggiamento laico; il primo livello, l’analisi del concetto di vita, richiede che l’orientamento sia ben engagée nel proporre una tesi sostenibile e argomentabile, e la sua neutralità non farebbe che diminuire la libertà: in questa fase, si dovranno solo evitare le proposizioni non adeguatamente argomentate. Successivamente, la pretesa di laicità, è ancora più inconsistente: la scelta morale, un giudizio universale, per definizione non deve essere neutrale (ciò che è moralmente neutro non è oggetto di scelta morale), e ci si deve impegnare piuttosto nel considerare se la scelta si effettivamente universalizzabile, almeno in via formale. Sarà invece necessario adottare un atteggiamento laico nell’ultima fase, quando dovremo confrontare la nostra opzione morale con quelle espresse dalle altre libertà: qui si gioca la nostra capacità di includere nel nostro mondo le diversità, prima che la consistenza argomentativa delle nostre proprie scelte. È evidente dunque che, nel recente dibattito circa il valore della vita e della sua preservabilità, si incorrerebbe in errore pretendendo un atteggiamento laico dai soggetti che, con ogni ragione, ritengono che la definizione di vita correntemente in uso sia uno strumento di illibertà, che aliena l’uomo dalla sua vera natura; viceversa, nel novero delle posizioni espresse da questi soggetti, non si dovrà sottostimare la differenza che corre tra l’una e l’altra: la critica del concetto di vita è alla base dei catechismi come del materialismo marxista. Se si sventola con ostinazione la bandiera del laicismo, non si troverà mai la strada per una propria critica analitica del concetto di vita. Il contrappunto all’astensione della società su temi immotivatamente ritenuti propri della teologia si ha nell’inconsapevole pretesa morale, inaccertata, che si rinviene nel dibattito etico sulla posizione che lo stato dovrebbe assumere circa la vita degli individui e la sua conclusione: qui, appare invero ideologica la teoria che si impone sulla pratica senza dibattito pregresso. Riappropriarsi della scelta morale, riconsiderare linguisticamente la voce “vita” dell’enciclopedia occidentale, queste sono le vie per conquistare la libertà, non la pretesa che venga assunta, per legge, da ogni persona, la neutralità come cifra ontologica.
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| Ultimo aggiornamento Mercoledì 29 Aprile 2009 13:45 |




