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Romanzo di una strage

Emiliano Bertocchi

Romanzo come struttura. E finzione. Come ricostruzione della realtà attraverso una forma narrativa propria della scrittura. La divisione in capitoli, la trama, l’intreccio. Forse una possibile analogia tra la complessità della vicenda della strage di Piazza Fontana, i suoi personaggi e le pagine di un libro mai scritto, dove l’incredibile serie di misteri, storie secondarie, improvvisi sviluppi sembrerebbe partorita dalla mente di qualche fantasioso autore di thriller a sfondo politico, con omicidi e servizi segreti in azione, spie e doppiogiochisti. Eppure tutti questi eventi sono parte integrante della nostra storia recente.

E allora, a chi è rivolto questo film? Non a chi quel periodo non l’ha vissuto, perché troppi i nomi, troppe le cose da conoscere e spiegare; non a chi in quegli anni ci è stato dentro, perché la visione di Giordana è accomodante nel tratteggiare la classe politica di allora e gli uomini che la difendevano e l’immagine di Pinelli che appare a Calabresi, come un mezzo fantasma che gli abbozza un sorriso, è sinceramente imbarazzante. E allora l’operazione compiuta dal regista de I cento passi sembra un tentativo di semplificazione narrativa, di trasposizione cinematografica di uno dei tanti misteri che compongono la breve storia della nostra democrazia, ma non c’è il coraggio di osare, magari di inventare qualcosa di nuovo (a parte l’ipotesi che ci siano state due bombe invece di una), di scavare nelle psicologie dei personaggi e nei loro rapporti, di trasformare veramente la realtà di quel periodo in un romanzo e quindi di essere liberi di raccontare.
Come nei libri di Don de Lillo, dove l’autore parte da personaggi chiave ed eventi cruciali della storia americana e poi li trasforma grazie alle parole e li fa evolvere in magnifiche invenzione letterarie dando vita alla loro anima nascosta. In Romanzo di una strage gli attori si impegnano, attraverso un mimetismo recitativo, ad essere funzionali al ruolo che i loro personaggi hanno all’interno del meccanismo narrativo, forse solo Mastrandrea e Gifuni riescono a creare quella introspezione necessaria per portarci dentro i loro personaggi (Calabresi e Moro), per percepirne il malessere e le preoccupazioni.
Ma c’è anche una Milano livida e grigia, fredda e spettrale. Un’atmosfera cupa, pesante dove la politica e la lotta sono qualcosa di mortifero e plumbeo. E ci sono cose rimaste immutate, le botte dei poliziotti, le morti inutili, gli infiniti giochi del Potere.
Giordana vorrebbe costruire un romanzo per immagini senza avere la forza di saper narrare (complici in questo i due sceneggiatori Rulli e Petraglia), gli eventi si susseguono e si sovrappongono, studiati e didascalici e così si ripercorrono i momenti cruciali di questa storia (l’esplosione della bomba, la morte di Pinelli, l’omicidio Calabresi) e anche in queste sequenze non c’è nessuna presa di posizione, nessuna invenzione (visiva o interpretativa). L’esplosione cede al fascino della spettacolarità del boato e dei vetri in frantumi, le due morti sono tenute fuori campo, non si sa se per rispetto delle vittime o per mancanza di coraggio nel rivelare (anche in maniera fittizia, ma sempre in un romanzo siamo) i volti degli assassini.
La memoria comune di questa strage e il ricordo di quegli anni ormai lontani meriterebbero altri sguardi e altri racconti.
Non tanto per riviverne il dolore e la paura.
Quanto per non dimenticarli.

 

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