| Il movimento degli indignados e le elezioni politiche in Spagna |
|
|
|
| Giovedì 01 Dicembre 2011 11:52 |
|
Francesco Caruso "Se i democratici proporranno che si regolino i debiti dello stato, i proletari proclameranno che lo stato faccia bancarotta" (Marx K. ed Engels F., Indirizzo del Comitato centrale della Lega dei comunisti, 1850) Sforzarsi di allargare lo sguardo oltre i confini della piccola provincia italiana rappresenta un esercizio di riflessione indipensabile per comprendere la complessità del mutamento, la natura e l'evoluzione della crisi economica che stiamo vivendo. Abbandonare e decostruire il nostro eurocentrismo, cercare anche parzialmente di "provincializzare l'Europa", potrebbe aiutarci nel maneggiare con più attenzione i lineamenti della crisi: se ad esempio l'analisi macroeconomica pone in evidenza il rapporto inversamente proporzionale tra la crisi dei PIIGS e la crescita tumultuosa dei BRICS, non è forse opportuno evitare facili ed autocentrate generalizzazioni? A tal proposito, nel cercare di indagare il nesso tra l'espansione dei processi materiali di produzione e accumulazione nelle cosiddette economie emergenti e l'autunno della finanziarizzazione economica nel cuore dell'Occidente, potrebbe tornare molto utile una rilettura sui "cicli sistemici di accumulazione" di Giovanni Arrighi, ripulita da quella commistione tra determinismo strutturalista e idealtipicità weberiana che rischia di soffocare e ammutolire i percorsi cardinali di soggettivazione dei subalterni. Ma in questa sede ci limitiamo ad una comparazione molto più ristretta e limitata sia dal punto di vista analitico che storico-geografico, focalizzando l'attenzione esclusivamente sulle conseguenze sociali e politiche della sovrapposizione tra crisi della democrazia liberale e crisi dell'economia liberista in Italia e in Spagna.
Le forti analogie tra questi paesi dentro lo scenario della crisi europea sono particolarmente accentuate: non è un caso che gli analisti finanziari per inquadrare gli scostamenti reali di entrambi i paesi nel mercato dei titoli di stato, prediligono lo spread bonos/btp piuttosto che la tradizionale e ormai popolare comparazione con i bond tedeschi.
E' evidente come, per quanto differenti sono le origini e anche la sua evoluzione, le analogie che si presentano sono ancor più accentuate dentro le scenario comune di "commissariamento" dei paesi mediterranei dell'Unione Europea da parte delle elitè tecnoburocratiche europee. Non si tratta di un golpe bianco di gruppi occulti o sette massoniche, ma più banalmente della ridefinizione degli assetti di potere alla luce dell'affermazione egemonica del cosiddetto pensiero unico neoliberista: non c'è la sottomissione della politica ma la sua sussunzione all'interno dei dispositivi discorsivi di
"neutralizzazione" delle logiche del mercato e del profitto.
La pervasiva ridefinizione governamentale incentrata sul potere autoavverante delle agenzie di rating si concretizza anche nella riarticolazione degli assetti istituzionali, con un parlamento
italiano convocato nelle prossime settimane unicamente per il voto di ratifica del proprio decesso attraverso il voto sul disegno di legge costituzionale per l'"Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale" che determinerà l'ulteriore svuotamento delle prerogative del potere statuale, come già sancito in Spagna con il voto quasi unanime del parlamento iberico lo scorso 30 agosto.
Svuotamento già ulteriormente accentuato alla luce dell'approvazione in sede europea del cosiddetto "six-pack", avvenuta la scorsa settimana: questo pacchetto di direttive e regolamenti comunitari di
riforma della governance europea sancisce la cancellazione dei margini di autonomia degli stati in materia economia attraverso l'introduzione in ogni paese di "Consigli indipendenti di bilancio" e il sistema dell'automatismo delle sanzioni.
Le ricette monetariste di stampo ultraliberale non potranno essere messe in discussione, così come nessun governo potrà esimersi nei prossimi venti anni in Italia dalla promulgazione di politiche
recessive di austerity e di dispossesione.
Si tratta di provvedimenti che comporteranno conseguenze e stravolgimenti profondi, ma varati in fretta e furia sull'onda dell'"emergenza", come nella migliore tradizione della shock-economy
neoliberista.
Nel confronto con la Spagna, il dato più significativo è l'impressionante silenzio che accompagna il varo di questi provvedimenti in Italia.
Nella frenetica eccitazione del mandare a casa il governo Berlusconi, che rappresentava una seria minaccia per la democrazia nel nostro paese, ci si è trovati paradossalmente a sostenere ed applaudire la cancellazione della democrazia.
In Spagna la persistenza del movimento degli indignados ha rappresentato invece l'elemento di rottura in grado non solo di attivare un processo di discussione, informazione ed autoformazione ,
ma soprattutto di ripoliticizzazione di scelte che l'unanimismo parlamentare nascondeva come oggettive e improcrastinabili.
E' con il disaccordo dei "senza parte" che la matrice politico-ideologica è costretta a mostrarsi nella sua parzialità: si attaccano i terreni inviolabili della neutralità per mostrarne i suoi limiti e la sua faziosità.
Le elezioni politiche dell'N20 (20 novembre) hanno rappresentato un interessante sfida da questo punto di vista per il movimento degli indignados.
Non c'è nessuna scorciatoia politicistica nell'attacco all'ipertrofia asfissiante del bipolarismo che ha caratterizzato l'impegno politico del movimento in questa tornata elettorale.
Se qualche osservatore italiano un pò distratto si attarda a riflettere sulla mancata connessione tra gli indignados e il PSOE, nelle piazze e nelle acampadas spagnole è sempre stato chiaro fin dal
principio la contrapposizione aperta, pubblica e conflittuale verso il partito unico spagnolo, il PP-SOE (dall'unione delle sigle del PartitoPopolare e del PartitoSocialista).
A differenza dell'Italia, gli ultimi 8 anni di governo socialista in Spagna e le politiche liberiste di presunto contrasto alla crisi varate dal governo Zapatero, hanno fugato ogni dubbio sulla reale
dimensione di alternativa dell'opzione socialdemocratica.
Pur nella consapevolezza dell'esautorazione e del deperimento delle forme tradizionali della partecipazione e della rappresentanza, i movimenti spagnoli hanno scelto non solo e non tanto lo scontato approccio astensionista teso a rimarcare la distanza pregiudiziale dal confronto elettorale, ma hanno anche e soprattutto cercato di denunciare e destrutturare l'afasia del bipartitismo spagnolo, individuata come ulteriore frontiera degenerativa della crisi del sistema politico spagnolo.
Nei documenti approvati durante l'acamapada di Puerta del Sol, come in quasi tutte le assemblee di quartiere che si sono diffuse a macchia d'olio in tutta la Spagna, la richiesta dell'introduzione di un
sistema elettorale proporzionale puro (una testa, un voto) che spezzi il duopolio Psoe-Pp è sempre stato presente. Come lavorare in questa direzione in occasione delle elezioni politiche dell'N20 è stato al centro di interminabili discussioni.
In primo luogo, come già avvenuto per le amministrative della scorsa primavera, nelle assemblee e nei volantinaggi si è cercato anche fin troppo ossessivamente di spiegare la differenza apparentemente banale tra il voto nullo e la scheda bianca, con l'obiettivo di convincere gli astensionisti a non contribuire ad alzare il quoziente elettorale per i piccoli partiti (per eleggere un deputato il PPSOE necessità in media di 50.000 voti, gli altri partiti nazionali all'incirca 200.000).
In diverse realtà si è invece promossa l' "iniciativa aritmEtica", una campagna di voto per il terzo incomodo: calcoli alla mano, gli attivisti hanno scelto di sostenere il partito che, in ciascuna delle
50 circoscrizioni elettorali, aveva le maggiori possibilità di sfilare un seggio parlamentare al partito unico PPSOE.
|
| Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Dicembre 2011 11:54 |




