A cura di LOOP

Il torto del soldato è aver perso la guerra. Questo crede un vecchio nazista nell'ultimo romanzo di Erri De Luca, presentato mercoledì alla Casetta Rossa di Roma.
Provocazione o verità, il criminale di guerra ci obbliga a interrogarci su questioni come la colpa e l'innocenza.
“I conflitti dell'epoca moderna fondano la propria riuscita sulla messa a bilancio di vite civili, preferite a quelle dei combattenti”, spiega Erri De Luca. Sul prato del parco Cavallo Pazzo, a Garbatella, rievoca pezzi di novecento.
L'insurrezione del quartiere ebraico a Varsavia, i nazisti che costruiscono nuovi forni crematori a guerra quasi terminata, suo padre alpino in Albania: storie puntellate di altre storie e definite dalle coordinate di vittoria o sconfitta.
Anche per la generazione degli anni 60 e 70 è d'obbligo l'incasellamento. “Abbiamo vinto o perso?”, Erri ripete la domanda pronunciata e risolta chissà da quanto.
“Se penso agli obiettivi che ci ponevamo, dico che il nostro risultato è stato mediocre”, questa la sentenza senza appello. “Se però penso al fenomeno, al processo, a noi e alle energie impiegate in quel cammino, devo dire che qualcosa di molto buono è stato fatto”.
E giù a raccontare storie di catene di montaggio in cui due operai non potevano rivolgersi la parola, se non a rischio di sanzioni. Sorti cambiate da un millenovecentosessantanove (e dintorni) che non ha vinto la guerra ma si è aggiudicato un paio di vittorie gustose.
La Storia e le storie sono spinte dal libero arbitrio ma decise dal caso. Questo è, per linee gigantesche, uno dei temi fondamentali in Il torto del soldato. “Il mondo è pieno di sentenze che restano come sospese. Il fatto che diventino esecutive dipende da circostanze spesso irrisorie”, riflette lo scrittore. Questo è ciò che accade nel romanzo, dove è l'ossessione del vecchio nazista per la Cabala a spingerlo verso il proprio destino. “Il libero arbitrio – spiega meglio – è teorico, perchè spesso ci capita di credere che dobbiamo comportarci nel modo in cui ci comportiamo. Le circostanze ci dirottano continuamente”.
L'altro tema è il rapporto fra un padre e la figlia, che scopre l'orrenda verità su di lui solo molto tardi. Non accetta che il genitore sia stato un criminale di Hitler, non chiede particolari né capi d'imputazione per non ridurre a caso specifico la colpa di lui, comunque immensa. Per evitare di dare vita a figli che possano somigliare a quell'uomo, si fa sterilizzare. Eppure decide di non abbandonarlo, di prendersene cura. Sarà lei ad accompagnarlo all'appuntamento con il suo destino.
Al parco Cavallo Pazzo qualcuno ha posto il problema più spinoso: “ma se avessero vinto loro,sarebbero stati dalla parte del giusto?”. Erri risponde con parole che, in forma diversa, nel libro pronuncia quella figlia: “No, perchè il torto del soldato, proprio per come è la guerra, è l'obbedienza”.















