Troppi errori, Mr. Di Pietro

Mauro Palma

Occorre rimettere a posto la grammatica e la sintassi dell’agire democratico, dopo l’intervista che Antonio Di Pietro ha dato al Manifesto sui temi del g8 genovese e della relativa sentenza, del reato di tortura, del carcere e dei provvedimenti da adottare. Perché soltanto la ridefinizione di regole fondamentali – quali sono quelle grammaticali e sintattiche – permette di trovare un linguaggio comune e, quindi, intendersi e comunicare. Altrimenti o si alimenta la cacofonia senza capirsi oppure si deve prendere atto che non c’è un terreno comunicativo comune.

Le domande e le risposte hanno toccato nodi non marginali dell’idea di spazio democratico, del ruolo che in esso hanno i movimenti e le espressioni di dissenso e anche di antagonismo, nonché del compito che sempre all’interno di tale spazio è assegnato a chi deve garantire l’ordinato svolgersi del confronto e, se necessario, esercitare il potere di controllo e di contenimento.
Il primo inciampo in cui incorre Di Pietro è storico, fattuale: è nel mettere sullo stesso piano, nelle giornate di Genova, le azioni di coloro che si sono resi responsabili di danni materiali alle cose, all’arredo urbano, al regolare svolgersi di attività commerciali e coloro che agendo in nome dello stato, in quanto appartenenti alle forze dell’ordine, si sono resi responsabili di azioni gravissime nei confronti delle persone, qualificabili come indiscriminato attacco a manifestanti nella strada, tortura nell’operazione alla Diaz, tortura di fermati e arrestati nella caserma di Bolzaneto, nonché di sospensione di quelle garanzie democratiche che avrebbero dovuto essere loro assicurate sin dal primo momento dell’arresto. Infine di falso e omertà per coprire il tutto.
Il tentativo di bilanciamento che egli prova a operare palesemente non regge ed è ancora più offensivo perché contestuale con una situazione ancora non definita (dovrebbe essere oggi la sentenza dei 10×100) che rischia di vedere i primi condannati con pesanti sentenze e i secondi formalmente riconosciuti colpevoli, ma mandati liberi e promossi in virtù dell’assenza di figure di reato appropriate nonché in virtù dell’omertà di sistema che ha permesso la dilatazione dei tempi.
Qui emerge il secondo errore di sintassi democratica dell’intervista: proprio la vicenda di Genova dovrebbe aprire alla chiara necessità di introdurre un reato specifico che dia all’atto di tortura la connotazione adeguata e la punizione che esso richiede. Di Pietro vede invece tale possibilità come una concessione graziosa a un dibattito che ormai si è avviato, ben credendo che comunque le tipologie di reato esistenti nel codice già penalizzino tali comportamenti. L’errore è proprio nel non cogliere la specificità e la gravità della violenza esercitata su chi è privato della libertà e altresì nel non dire con chiarezza che il ruolo di chi detiene una persona è innanzitutto quello di essere garante sia della sua incolumità, sia del fatto che egli goda dei diritti di cui la Costituzione lo ritiene titolare. Al contrario, egli implicitamente propone una visione dell’operatore delle forze dell’ordine come parte simmetrica a chi è fermato o arrestato, mero oppositore a esso, spesso contrapposto in un logica di amico/nemico; a volte portatore di una sbrigativa voglia di dargli una lezione. Questa interpretazione, diffusa e pericolosamente errata, non è stata mai contraddetta negli anni dopo Genova; al contrario si è riaffermata in una serie di episodi, non sistematici, come in quel luglio, ma altrettanto gravi, di persone malmenate mentre erano private della libertà e anche morte durante la detenzione. Un problema, quindi, che richiederebbe una radicale inversione culturale all’interno di corpi e reparti: un’inversione che certamente stenta ad affermarsi anche perché è continuamente contraddetta da chi o riduce il problema a comportamenti individuali, isolati, di ‘mele marce’, o garantisce continue coperture su indagini e responsabilità.
Proprio per questo, contrariamente a quello che dice Di Pietro, la sentenza della Cassazione sulle responsabilità dei funzionari di polizia deve aprire e non chiudere la partita: chi ha permesso che ciò avvenisse? In base a quale disegno, quale ordine ricevuto,quale logica? C’è uno spazio da colmare ed è proprio quello della responsabilità politica e di gestione complessiva: tale spazio va colmato. Quindi, con insistenza, occorre tornare a chiedere un’indagine indipendente sulla responsabilità politica e tornare a chiedere quali strumenti si siano messi in atto per il suo non ripetersi: per esempio, la possibilità d’identificare, tramite un qualche codice, gli agenti che sono operativi in una particolare situazione – anche per tutelare coloro che agiscono correttamente.
Ma, sollecitato dall’intervistatrice, il discorso si è ampliato alla questione carceraria e ai provvedimenti possibili per affrontare l’attuale drammaticità, inclusa l’amnistia. Qui è emersa a tutto tondo la visione del carcere punitivo e retributivo. Fondamentalmente inutile, perché non in grado di mutare minimamente le condizioni soggettive di chi vi entra e di offrire un’opportunità di un ritorno diverso verso la società; però certamente implacabile e sostanzialmente deterrente per la sua ferocia. Soprattutto esteso.
Una democrazia non formale, ma sostanziale, si misura dalla propria capacità di essere inclusiva e non di aumentare il rischio di esclusione che le disuguaglianze economiche, di opportunità di vita, di reti sociali di provenienza, alimentano e consolidano. La democrazia deve agire, in tutti i settori dell’espressione sociale anche in quelli delle sue istituzioni punitive, con la finalità di ridurre al minimo gli strumenti rigidi di controllo di cui dispone e di orientare anche questi alla progressiva inclusione e alla diminuzione delle differenze. Questo approccio non è solo utile per i soggetti detenuti che devono vedere la propria pena orientata a un ritorno, ma anche per la società stessa che ha interesse a un loro reintegro positivo.
Il carcere esteso, con numeri crescenti, dove neppure le condizioni contrarie ai minimi principi di umanità spingono a ricercare soluzioni d’intervento urgente, è un carcere in cui la sofferenza di chi vi è ristretto è vista in parte come irrilevante, in parte come una calamità che ci rende impotenti, in parte come segnale di durezza che rassicura la parte più reazionaria di un potenziale elettorato. Un carcere di questo tipo non soltanto perpetua una situazione d’illegalità istituzionale e di sofferenza aggiuntiva inflitta alle persone ristrette, ma fa altresì arretrare il comune sentire democratico e finisce col riflettersi sugli schemi relazionali che si stabiliscono anche al di qua di quei muri di cinta. Proprio per questo preoccupa una tale visione da parte di una persona con cui si può pensare di dialogare, attorno ad altri temi, anche in modo cooperativo.
Ma, i temi affrontati sono punti essenziali nella costruzione di uno scenario diverso, di una diversa idea di società, di trasparenza e di relazioni che SEL ha avviato e che considera proprio patrimonio ‘genetico’. Da qui l’esigenza di recuperare una sintassi comune se si vuole costruire insieme un linguaggio attraverso cui intendersi. Stupisce, infatti, l’aver messo insieme in una sola intervista un così gran numero di errori nella costruzione delle basi delle relazioni che devono intercorrere in uno spazio democratico: da quelle che coinvolgono la responsabilità di chi agisce in nome della collettività a quelle che riguardano la capacità di commisurare l’esercizio di giustizia a beni e valori che si vogliono proteggere, a quelle di saper agire nella complessità attraverso gli strumenti più duttili disponibili senza ricorrere in modo esteso alla privazione della libertà, fino a quelle di scrupolosa tutela dei diritti fondamentali di tutti. In primis quello di non essere malmenati o torturati e di veder riconosciuto il torto subito attraverso la piena identificazione delle responsabilità e la capacità di costruire le basi per un ‘mai più’.

 

Ultimo Numero di Loop

Tweet-Loop

Tweet Loop

From web
Mercoledì, 28 Settembre 2011 13:50
From web
LOOP La Rivista @CasettaRossa ciao casetta benvenuta
Mercoledì, 28 Settembre 2011 13:48
From web
LOOP La Rivista Mentre lavoriamo al focus del prossimo numero vi segnaliamo questo articolo: http://t.co/3rPkcHW
Mercoledì, 06 Luglio 2011 09:05

I nostri canali

  • Tube

  • Galleria

  • Recenti

Loop 17 Loop numero 17: il trailer Loop numero 16: il trailer loop 16lllll loop 16 RRR loop 1666