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Scritto da Administrator   
Sabato 22 Maggio 2010 16:17

di Luca Casarini

Nonostante i riflettori si siano spenti dopo la conferenza di Copenhagen, possiamo dire con certezza che nessuna illusione ottica, come quella provocata appunto dall’accendere e spegnere ad arte la “luce” dell’attenzione mainstream, potrà eliminare o governare il “problema”: la crisi climatica, simbolo e sostanza della crisi ambientale planetaria, segna il nostro tempo. Non è “semplicemente” per il susseguirsi di tragedie legate all’innalzamento della temperatura globale, che ormai riempiono le cronache (mentre scrivo scorrono le immagini di Madeira, sommersa dalle piogge, si sovrappongono a quelle del messinese e della Calabria, dove intere colline franano, e naturalmente sullo sfondo c’è Haiti). No, non è solo la contabilità dei disastri, di cui l’infosfera è colma, a rendere paradigmatica la sempre difficile relazione tra uomo e natura.

 La crisi climatica esplode nello stesso momento in cui crollano le certezze di un capitalismo fino a ora ritenuto sempre capace di rinnovarsi e di superare i propri limiti. Un paio d’anni fa, quando il dibattito pubblico sul crack finanziario, divenuto presto recessione globale, cominciava a occupare la scena, a pochi sarebbe venuto in mente di affermare che quella in fondo era solo la proiezione parziale di ciò che stava accadendo. Di nuovo, con il crollare dei marchingegni del credito, delle bolle speculative e del mercato, sembrava che la “salvezza” fosse legata al separare il capitalismo “buono”, centrato sulla produzione industriale e materiale, da quello “cattivo”, finanziario e artificioso. Di nuovo la sfera dell’economia conteneva e determinava tutto il resto.

 

Oggi possiamo affermare che in realtà la crisi globale è stata il primo terremoto della transizione in cui siamo immersi, che conduce alle nuove contraddizioni di un capitalismo fondato sulla produzione immateriale e biopolitica. Un nuovo capitalismo, capace di mettere al lavoro la vita intera e un nuovo lavoro, organizzato da relazioni ed emozioni in catene di montaggio invisibili, come le loro fabbriche. Gli interminabili dibattiti e le “argute” riflessioni degli esperti, spesso apologeti pentiti del neoliberismo, ovviamente non ci hanno aiutato: dai paragoni con il ’29 e il suo new deal, alle improbabili ricette “etiche” per la finanza, tutto giocava a riportare al centro qualcosa di vecchio, straordinariamente ammodernato, ma vecchio. E a occultare, scientificamente, il vero nodo della questione, cioè che siamo nel mezzo di un cambio di era, dove la produzione industriale perde di centralità non perché non ci siano più fabbriche, ma perché è la produzione immateriale che sta costruendo un nuovo modo del vivere sociale.

 

Il rapporto tra produzione materiale e immateriale, non è di quantità, ma di qualità. La centralità del bios nella produzione, quindi, trasforma irreversibilmente sia il capitale che il lavoro. La crisi climatica dunque, non è espressione di una contraddizione secondaria, come si sarebbe detto un tempo o anche oggi se ci lasciamo trascinare indietro. È la vera crisi strutturale, da cui dipendono tutte le altre, che, per il loro carattere parziale, possono essere più o meno dirompenti e dagli effetti imprevedibili, ma hanno già di, a partire dall’economia, di non essere definitive. L’economia globale trema, sussulta, produce enormi sciami sismici, ma non vi è il crollo finale. Questo non dipende né dalla “solidità” del sistema, né dalla sua capacità di rinnovarsi, ma dal fatto che il vero epicentro è un altro. Wall Street non è più Downtown, ma periferia. La crisi climatica è il paradigma invece della torsione, violentissima, tra la vita che spinge per andare altrove e un sistema di imprigionamento, di cattura, che non è più capace di affrontare le contraddizioni che la sua natura parassitaria e di sfruttamento ha prodotto. Pubblico e privato, in questo senso, mostrano già la loro fine come cardini del mondo che fino a ora abbiamo conosciuto. La società dell’immateriale e dell’illimitato ha bisogno di “comune”, di condivisione, per poter funzionare.

 

Allo stesso modo, la klimatecrisis ci avverte che il pubblico e il privato hanno concluso la loro funzione anche sul naturale, su ciò che è scarso, e anche qui non si può non mettere in comune, condividere. Le similitudini tra artificiale e naturale, in questo senso, superano le antinomie. Come in Avatar, le domande che dobbiamo cominciare a porci sono del tipo: “Quante connessioni ha un albero?” L’innalzamento della temperatura globale, frutto di una costante e spasmodica crescita dei consumi energetici e di CO2, in particolare di quelli derivanti da combustibili e gas fossili, non è controllabile dal capitalismo, a patto di cedere su un punto: l’indipendenza. Andando al fondo della questione, anche quella posta a Copenhagen, si incontra proprio il concetto di indipendenza, che qualifica anche quello già conosciuto e importante di “decrescita”. Il passaggio alle fonti rinnovabili di energia, associato al crollo dei costi tecnologici e alla diffusione sempre maggiore del know-how, non può essere disgiunto infatti dalla transizione da sistemi centralizzati e proprietari verso reti di autoproduttori che mettono in comune il loro surplus di energia. La posta in gioco non è quindi una generica e lungimirante propensione dei governanti alla green-economy, che parrebbe ovviamente una scelta di buon senso. In gioco vi è la perdita di controllo, di comando, del capitalismo sulla nostra vita, e quindi sulla ricchezza prodotta, sugli stili di vita, sui comportamenti, sull’obbedienza alle regole imposte. 

 

Il controllo si esercita non solo con la forza, ma con i “campi di forza” della dipendenza. Da quella derivano anche gli usi e i costumi, le percezioni, le emozioni. Ma come avviene per la sfera digitale, nella quale il capitalismo si torce tra necessità di controllo della vita in rete ed esigenza di forme libere e cooperanti di produzione e condivisione, gli elementi della natura si ribellano. Rivelano con le catastrofi l’urgenza di passare ad altro, lasciando i capitalisti ad arrovellarsi sull’enigma. In questo senso quella che sembra un’altra differenza tra il naturale e l’artificiale, e cioè il tempo, da una parte scarso, limitato, mancante (l’urgenza è percezione comune tra gli ecologisti), dall’altra abbondante, come per ogni processo creativo e costituente, in realtà tende ad assottigliarsi: il bios che fonda entrambe le dimensioni, naturale e artificiale, non permette più una visione divaricata e non convergente tra questi due aspetti.

 

Il tempo, quindi, tende a essere comune, né limitato né infinito, ma necessario. Il tempo “urgente” che impone di rivolgersi a governi, Stati nazione e istituzioni per il climate change, visti i risultati, lascerà presto il passo al tempo delle soluzioni autoprodotte, autonome, indipendenti. E il carattere innovativo e creativo che esse avranno, viaggiando sulla rete, modificandola e modificandosi continuamente, avrà un’unica misurazione, che renderà relativo il tempo: la vita. Clima e rete si avviano a essere, insieme, l’unica dimensione di conflitto realmente universale. Un conflitto in cui il “comune” si contrappone al pubblico di Stato e al privato. E a partire dal suo interno, disegna un mondo, un tempo, una società completamenti nuovi. I nuovi movimenti, del comune digitale ed ecologico, nascono oggi e mille anni fa, allo stesso tempo. Questa stranezza farebbe dire a Marcos: “Siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre”. E speriamo impedisca qualsiasi tentazione di riproporre ciò che è stato, o di pensare che il nuovo sia senz’anima.

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Ultimo aggiornamento Domenica 23 Maggio 2010 10:33
 

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