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Paolo Mossetti
È durata un attimo la folle ascesa degli οἱ πολλοί britannici, di questi “molti” allo sbaraglio, un Adidasproletariat senza arte né parte. Giusto il tempo di riorganizzare le idee, e la potenza delle manette e dei tribunali ha ripreso il sopravvento, commutando agli ultimi in subbuglio quello che tutti volevano: pene esemplari, sentenze che si mostrassero altrettanto dure e scoraggiassero altri tumulti. Cinque mesi per una giovane madre sorpresa in casa con dei pantaloncini rubati. Sei mesi per un ragazzo che aveva rubato una bottiglietta d’acqua, dal valore di mercato tre sterline e mezzo. Prigione pure per un quindicenne che su Facebook aveva inneggiato al saccheggio. Quattro anni di galera a due ventenni per avere incitato alla rivolta (poi non avvenuta) su Facebook. E alcune famiglie, colpevoli di aver difeso familiari riottosi, espulse dai loro condomini popolari.
La punizione della “devianza” come monito e riaffermazione dell’autorità morale della società è ricetta classica di ogni destra, e figuriamoci se quella inglese – cui i riot hanno intossicato le vacanze – avrebbe potuto fare eccezione. Così come non sorprende l’appoggio entusiastico alla famosa “tolleranza zero” da parte di quasi tutti i quotidiani e le tv popolari: “Finiamola con questa storia dei diritti umani”, è uno degli slogan più ricorrenti, condiviso dai Lord come dal mio barbiere. Ma se hanno un merito davvero politico, questi saccheggi, è l’aver dato modo alle classi medie di scatenare tutto il loro rancore reazionario e i loro pregiudizi. Bisognava leggerli, i commenti su Facebook o su Youtube dedicati ai riots, per vedere quanti luoghi comuni e invettive xenofobe venissero sciorinati nell’arco di poche ore. Le opinioni più votate erano quelle che attribuivano ogni responsabilità al sistema di benefits del governo britannico: “Questi campano di sussidi, figliano, bevono, oziano, e si lamentano pure”. Ancora: “Il vero cancro di Londra sono queste minoranze di nullafacenti”. An Englishman, an Irishman and a Scotsman… had nothing to do with the London riots. Nel frattempo, mentre un deputato conservatore ha incitato la polizia a “sparare a vista” la prossima volta, un noto commentatore BBC affermava che se i disordini sono accaduti è perché la cultura inglese ha assimilato quella black, evidentemente selvaggia. In generale tv e giornali – con la solita eccezione del Guardian e di pochi altri –, sono riusciti nella loro sempiterna missione: non far affiorare, nell’adidasproletariat come nella middle class, la pericolosa idea che esista una saldatura tra gli illegalismi di natura criminale, animati da un senso di ineguaglianza, e gli illegalismi di natura politica, animati da un senso di impunità. Dovremo pagare molto caro, per anni, e senza che nessuno protesti, il conto alla banda dei banchieri di Bindenberg, degli speculatori all’arrembaggio e dei loro politici servi, altro che jacqueries inglesi. Ma i gabbati dalla crisi saranno come sempre aizzati contro la “bassa criminalità”, il feral hooliganism di cui parla Cameron. Quando parliamo di criminalizzazione di intere classi sociali, insomma, sarebbe utile non pensare solo agli apparati statali, ai governi opportunisti e alle polizie, ma anche a quanti fra noi si lasciano manipolare, sedurre dai manganelli e dalle scope ripulitrici di ogni contraddizione. «If you’re not careful – diceva Malcom X – the newspapers will have you hating the people who are being oppressed, and loving the people who are doing the oppressing». Peccato che a essere responsabili non siano solo i newspapers, ma noi stessi, attribuendo un valore spesso falsato ai problemi e alle priorità da affrontare. Innamorandoci dell’ordine, così come le folle che vorremmo punire s’innamorarono della “roba”.
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