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Qualcuno era comunista, di Luca Telese PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 17 Novembre 2010 17:04

Recensione di Aldo Benassi

C’era una volta, vent’anni fa, il Partito Comunista Italiano. Poi, il crollo del muro di Berlino (il nove novembre cade il ventesimo anniversario) cambiò tutto. Il segretario dell’epoca, Achille Occhetto, dopo tre giorni dall’epocale evento si rese protagonista di quella che venne poi chiamata la “Svolta”. Tutto ebbe inizio il 12 novembre 1989: Occhetto parla a un’assemblea di partigiani, alla Bolognina, e il suo discorso fa capire che dopo la dissoluzione dell’Urss, il partito deve ripensare se stesso, sia nella sostanza ma, soprattutto, nella forma.

Cosa accadde tra il 1989 e il 1991 al partito comunista più importante dell’occidente ce lo racconta l’ex giornalista de “Il Giornale”, ora approdato a “Il Fatto Quotidiano” di Padellaro e Travaglio, Luca Telese con il suo libro “Qualcuno era Comunista, dalla caduta del muro alla fine del PCI, come i comunisti sono diventati ex e post” (Sperling&Kupfer, 756 pp. € 22). La caduta del Muro rappresenta il momento di cesura dell’età del bipolarismo assoluto, della fine della Guerra Fredda tra Usa e Urss, ma soprattutto il crollo dei regimi comunisti dell’est e il tramonto del socialismo reale. Il Pci durante la sua storia, e quella de’l'Urss non aveva mai accettato supinamente ogni scelta del Pcus (il partito comunista russo). Dopo la morte di Togliatti el 1964 e il suo memoriale di Yalta, un vero e proprio testamento politico, era iniziato un processo di smarcamento dalla linea sovietica che trovo il culmine con la segreteria di Enrico Berlinguer nella fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. C’è anche da sottolineare però, che proprio durante il periodo più glorioso del Pci e del suo amato segretario, ad incidere sulle scelte di politica nazionale e trovare una terza via al socialismo, non erano solo i fatti che avvenivano oltrecortina ma anche nel sud del mondo come il Cile di Allende e la vittoria dell’Unione Socialista, spodestata dal golpe di Pinochet e della Cia. Quello svolto da Telese è un lavoro di ricerca storia complesso  e ben ragionato, fatto di interviste postume, interviste dell’epoca e confronto con il passato, ma anche (Veltroni docet) con il presente. Più che un dibattito, quella del Pci è una vera e propria battaglia, un romanzo (o un giallo come preferisce definirlo l’autore) politico collettivo che coinvolge i vertici allo stesso modo dei militanti della base, che di certo non mancano di farsi sentire, perché in fondo il partito è anche il loro.  A prova di tutto questo c’è il documentario “La Cosa” girato da Nanni Moretti, che girò alcune sezioni di tutta Italia per filmare i dibattiti a proposito del se cambiare nome oppure no. Non è un caso che nel retro della copertina sia riportata una citazione del compagno Gianni Marchetto, della sezione Mirafiori, del 2 dicembre 1989:<<I comunisti, quando perdono l’idea della rivoluzione, perdono il senso dell’avventura. E i comunisti, quando perdono il senso dell’avventura, diventano gente noiosa e anche pericolosa.>>
Un sentimento che accompagna questa transizione politica è la passione. Ce la mettono tutti e tutti a modo loro. Achille Occhetto, il segretario che darà inizio alla Svolta e la generazione dei quarantenni (Fassino, Veltroni, Petruccioli, D’Alema e Mussi) che rappresentano il fronte del Si insieme ai riformisti di Giorgio Napolitano (all’epoca leader della destra del partito). Ingrao, Tortorella e Pajetta che rappresentano il fronte del No. Non è un sentimento diffuso solo tra quelli che sono dentro a questo percorso ma anche quelli che sono all’esterno, seguono tutto ciò che accade con curiosità costante. Tutta la stampa italiana starà col fiato sul collo a tutti i dirigenti, pronta a cogliere il minimo particolare, un incrocio di sguardi, messaggi subliminali o altro per poter avere prima di ogni altro qualche scoop su come si chiamerà, se si chiamerà, il nuovo partito. Ma c’è anche tanta solitudine in questo racconto. Quella di Occhetto, che col passare dei mesi alla fine verrà abbandonato anche da una parte dei suoi (I riformisti di Napolitano) fino alla mancata elezione a segretario al congresso di Rimini (il secondo in due anni, doveva sancire la nascita ufficiale del PDS) che lo farà andare via, verso il suo rifugio di Capalbio, sbattendo la porta. D’Alema lo rimetterà in sella, prima di lanciare la sua corsa alla segreteria con la strada spianata. E un primo raffronto con il presente viene fatto proprio a questo punto da Telese, ovvero come D’Alema riesca, nonostante le batoste, a venirne sempre fuori o comunque a mettere in piedi una rete di alleanze e strategie che mettano il capo di turno fuorigioco. Lo ha fatto all’epoca con Occhetto per poi prendere il suo posto alla segreteria, lo ha fatto con Prodi nel 1996 per succedergli come Presidente del Consiglio e lo ha fatto con Veltroni per poi far vincere nelle primarie di dieci giorni fa il suo fedelissimo Pierluigi Bersani come leader del Partito Democratico. Democratico, un aggettivo abusato che già all’epoca del passaggio da Pci a Partito Democratico della Sinistra faceva storcere il naso e non poco ai dirigenti dell’epoca, molti erano sostenitori della Svolta.  Altro elemento che emerge è la sensazione di come il tempo si fosse fermato, solo per Occhetto e i suoi però, visto che l’orologio della storia continuava comunque a scandire i suoi rintocchi. Ad aggravare la situazione caotica e indefinita del partito, fu anche l’inizio della prima guerra del Golfo e l’invio di due navi della flotta italiana a sostegno delle forze Usa impegnate sul suolo iracheno. Una questione che il Pci non poteva non affrontare e che in un momento del genere fece precipitare il clima di aspro, se non acido, confronto tra le varie anime.
Ciò che si evince alla fine di questa storia, è l’aver assistito o fatto parte di una montagna che ha partorito il topolino. L’unico prodotto chiaro di tutto questo  processo è la nascita di “Rifondazione Comunista” di Garavini e Cossutta, oppositori della prima ora alla nascita del PDS. Ma alla fine il PCI è morto davvero? E’ bastato cambiare nome e vergognarsi del proprio passato per presentarsi come un soggetto politico nuovo al paese? Sono domande tutt’oggi valide, visto che ora c’è il Pd è già un leader è stato bruciato nel giro di un anno e mezzo. Ecco perché l’opera di Telese ha un senso politico ben chiaro e importante. La narrazione della fine di un partito, di un’identità di sinistra che parallelamente alla fine del Psi, dilaniato da Tangentopoli, non trova ancora un partito in cui riconoscersi del tutto. Come sottolinea lo stesso autore nelle sue conclusioni, “L’altro fatto difficile da spiegare è questo: In tutta Europa i partiti conservano le loro identità e cambiano i loro gruppi dirigenti. Solo nella sinistra italiana un partito può cambiare per ben quattro volte il nome, conservando di fatto – con l’unica esclusione dei deceduti – lo stesso gruppo dirigente di vent’anni prima. Nella sinistra italiana, i leader battuti, spiegano che la loro sconfitta in fondo non è tale, non è ascrivibile alle loro responsabilità, e subito dopo ne fanno il mito fondante della propria stagione politica.” Questo libro rappresenta un’opera di straordinario senso critico nei confronti della sinistra e delle scelte dei suoi leader attuali, che hanno gettato dalla finestra un patrimonio culturale e politico, se non volutamente falcidiato a colpi di svolte e rinnegazioni del proprio passato politico, cosa che gli attuali esponenti del Pd, ex democristiani, non hanno mai fatto. Parole sante. www.qualcunoeracomunista.it
 

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