| J. Edgar |
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| Scritto da Administrator |
| Martedì 10 Gennaio 2012 16:37 |
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Il potere, ancora una volta. E le sue maschere. J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI per quasi quattro decenni, si muove tra la gestione del potere e la repressione del suo essere. E’ nella dialettica tra i bisogni (forse inconfessabili) del proprio io e una visione politica e sociale repressiva, che si sviluppa, all’interno dell’ultimo film di Clint Eastwood, la figura di Hoover. Paranoico e ossessivo, perennemente confuso sulla propria identità sessuale, legato in maniera morbosa alla madre e al proprio lavoro, incapace di possedere una vita privata che si allontani dalle dinamiche del suo bureau, Hoover sembra uno di quegli uomini che riversa nel proprio ambiente lavorativo tutte le mancanze della sua vita interiore.
Il problema è che questo uomo ha manovrato, per decenni, le sorti degli Stati Uniti e quindi del mondo intero. Eastwood lo rappresenta attraverso una narrazione che prosegue senza interruzioni, tra passato e presente, realtà e finzione. Perché lo stesso Hoover fa della sua vita un racconto inventato, fatto di arresti inesistenti e glorie immeritate. E sono poi i comics e il cinema (tra i mezzi più diffusi e popolari durante tutti i suoi mandati) a prendere in carico le sue gesta e quelle del suo bureau e a trasformarle in storie per il pubblico. Significativo è il passaggio di gradimento delle persone, negli anni trenta, dai gangster movie (Nemico Pubblico) a quelli che esaltano il lavoro della polizia (G-Men). E’ la rappresentazione, il doppio proiettato su uno schermo, a creare i nuovi eroi di una mitologia pagana a cui i fan adoranti possano sacrificare il proprio tempo e soprattutto il proprio denaro. La propaganda è nelle immagini, mai nei fatti. |




Emiliano Bertocchi