| La notte dei diamanti |
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| Sabato 23 Maggio 2009 21:31 |
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di M.A. Pashtun P. ricordava davvero bene gli anni e i mesi precedenti la Notte dei diamanti. Mi raccontò tutto in un caldo pomeriggio di inizio maggio nell'Anno Sesto del Nuovo Mondo. Il suo segreto era la curiosità. Non passava istante della sua vita senza che non baluginassero nella sua mente le idee più strambe ma allo stesso tempo affascinanti. Si divertiva ad inventare nuove parole. Le parole per lui erano una vera e propria ossessione. Amava plasmarle, modificarle, storpiarle, renderle vive come cuori pulsanti di gioia. Aveva studiato ed era considerato dalla gran parte dei concittadini un ragazzo di fine intelligenza. Ma il dramma dell'Hiv si era presto abbattuto sulla sua famiglia. In Botswana infatti, il flagello dell'Hiv continuava a mietere un numero enorme di vittime. Era la vera piaga di quel paese. Come una maledizione divina. C'erano i diamanti e loro al loro fianco ,come un maleficio, imperversava l'Hiv. I genitori, tutte le sue sorelle, i suoi fratelli erano morti prima ancora che lui compisse vent'anni. Così era rimasto solo a mantenere la sua vecchia nonna. Unici sopravvissuti di una famiglia molto numerosa. Aveva trovato lavoro presso la miniera. Dove lavorava senza sosta. Era forte, dotato di rare capacità di concentrazione e profondamente ligio al dovere. Poi era arrivata la crisi. La De Beers in conseguenza di un crollo dei prezzi senza precedenti aveva deciso di tagliare l'estrazione del 90%. Così la sua miniera chiuse e P. rimase senza lavoro. La nonna era ormai vecchia e malata e morì appena dieci giorni dopo la chiusura della miniera. Così P. rimase solo. Aveva appena ventidue anni e senza pensarci troppo su, raccolse tutti i suoi risparmi e decise di partire. Era venuto a sapere che nella vicina Angola si organizzavano viaggi con destinazione Europa. Viaggi organizzati solo per piccoli gruppi. Si arrivava in Marocco e di lì con alcuni scafisti spagnoli si tentava l'approdo sulla Costa del Sol. Per quel viaggio della speranza P. spese tutti i suoi risparmi. Dal Marocco arrivò fino in Spagna e da lì, seguendo peripezie difficili anche da ricordare, giunse in Italia. Continuò ad avere una grande passione per le parole. Una passione così forte che gli permise di imparare la lingua italiana in poco tempo. Una volta arrivato in Italia svolse diversi lavori. Raccolse pomodori, lavorò il cuoio,accudì anziani impazziti e abbandonati dai figli in carriera in strane case di riposo. Nonostante tutte le difficoltà incontrate, guardava con simpatia al popolo italiano. Trovava i ragazzi italiani simpatici e le ragazze molto belle. Però non riusciva a capire cosa ci fosse nella mente dei politici che in quel momento governavano il paese. C'era la crisi, questo lo si capiva benissimo. Era una crisi globale, aveva colpito il suo paese e lui l'aveva vista ovunque fosse stato. Dal Marocco all'Italia passando per Spagna e Francia. Ad un certo punto aveva sentito parlare di strani avvenimenti: sequestri di manager, incendi di auto costosissime, ristoranti di super-lusso riempiti di deiezioni suine. Era incuriosito da quegli episodi. Affascinato dai protagonisti di quegli eventi allo stesso tempo rimaneva stupito nel vedere governanti (soprattutto in Italia) tanto violenti e rozzi agire indisturbati o quasi. Ormai l'italiano lo capiva benissimo e ogni volta che leggeva le farneticanti dichiarazioni di ministri e sottosegretari aveva il sospetto che quelle parole vaneggiati ("L'Italia non sarà mai una società multietnica",aveva sentito dire) fossero rivolte proprio e precisamente contro di lui. Pensò fosse una sorte di vendetta contro la sua grande curiosità di parole. Dopo qualche tempo le cose peggiorarono rapidamente. Il governo nazionale, senza che ci fossero grandi manifestazioni di contrarietà organizzate dalla ormai muta sinistra politica, impose leggi liberticide. P. comprese che da quel momento sarebbe stato considerato a tutti gli effetti un fuori legge e seppe che pur continuando a lavorare sodo, e al nero ovviamente, gli sarebbe potuto capitare di dover pagare costosissime multe per il solo fatto di essere considerato “clandestino”. Mentre la crisi avanzava e sfiancava sempre di più gli ormai esausti italiani, i razzisti in giacca e cravatta organizzarono capillarmente le ronde dell'odio istituzionalizzato. Non passava giorno senza che un africano, un cinese o un rumeno venissero picchiati (in molti casi fino alla morte) e tutto con l'evidente complicità delle autorità competenti. La vita di P. e di tutti i “clandestini” stava diventando un vero inferno quando, un giorno e quasi casualmente, avvenne un fatto che cambiò tutto. Una sera mentre sfuggiva ad un gruppo di poliziotti prezzolati che volevano arrestarlo passò vicino ad un negozio della De Beers. Nella foga urtò una signora impellicciata che vi usciva facendole cascare dalle mani un grosso diamante scintillante da 5 carati. Quel diamante proveniva dal suo paese. Ne era certo. E così mentre continuava la sua corsa per sfuggire ai prezzolati gli rivenne in mente tutta la sua vita degli ultimi tempi. Realizzò che no, non era più possibile rimanere passivi e limitarsi a sfuggire ai poliziotti incarogniti dai bassi stipendi o a ragazzi razzisti annoiati. Cosa aveva fatto di male lui e tutti quelli come lui per meritarsi un inferno simile? Aveva bisogno di rimettere in moto tutta la sua fantasia. Qualcosa doveva cambiare. E così che P. divenne la guida di una organizzazione inter-etnica di “clandestini”. Le parole sembravano non interessarlo più. La sua ossessione era diventata quella di recuperare tutti i diamanti che erano stati sottratti al suo paese. Con una grande determinazione riuscì a beffare tantissimi negozi della De Beers, entrò nelle abitazioni lussuose di ricchi benestanti solo per sottrarre il numero maggiore di diamanti. Tutta la sua banda era specializzata nel furto di diamanti. L'accumularsi di diamanti nel luogo prescelto dal suo gruppo aumentava di pari passo con i sempre più frequenti episodi di guerra inter-etnica. Mentre più della metà dei diamanti degli italiani erano stati sottratti ai loro “legittimi” proprietari, contemporaneamente tanti degli “extracomunitari” che avevano vissuto in Italia da quando vi era arrivato P., erano stati uccisi, arrestati, condotti in centri di detenzione temporanea. Tutto era avvenuto senza che una riga fosse uscita sui maggiori quotidiani nazionali. Le sempre più frequenti denunce di furto dei diamanti sparivano alla velocità della luce dentro nuovissimi e sfavillanti tritura carte in dotazione alle centrali di polizia. Allo stesso modo le aggressioni continue non venivano mai rese note dalle agenzie di stampa. P. sapeva che presto si sarebbe giunti al punto di svolta. Il momento X quando la sua banda avrebbe sottratto tutti i diamanti agli italiani e la profezia del capo del governo si sarebbe avverata. Sapeva che arrivato quel giorno tutto sarebbe cambiato. Per lui, per gli italiani, per il mondo intero. Ogni volta che tornava al deposito dei diamanti ne ammirava l'incredibile lucentezza. Una lucentezza che lo portava a pensare al suo paese. Al Botswana, travolto dalla crisi e dall'infuriare dell'Hiv. Alla voglia di tornarci per poter vivere in pace. Quando l'ultimo diamante venne sottratto dal patrimonio degli italiani il ministro dell'interno annunciò trionfante che, grazie all'impegno del partito della Lega Nord, finalmente l'Italia si era liberata dagli immigrati clandestini ed era tornata ad essere un vero paese unito. Nella mente di P. ogni frangente di quei momenti era nitido come il nome della sua prima ragazza scolpito sul tronco di un vecchio albero vicino al fiume Okavango. Era già notte. Il capo del governo (e il ministro degli interni, suo umile servo)avevano pensato bene di dare il loro truculento annuncio alle ore 20.45. Un loro commensale,conduttore televisivo di lunga esperienza, aprì la sua celebre trasmissione dandogli un titolo da brivido: “ORA NON PARLERETE PIU'”.Sullo sfondo del teleschermo c'erano i volti dei tanti cittadini africani, cinesi, polacchi, rumeni vittime della guerra inter-etnica più silenziosa della storia. Erano stati imprigionati, torturati, uccisi senza che nessun telegiornale ne avesse parlato. Ora improvvisamente milioni di italiani stavano assistendo al Grande Disvelamento. Alle 20.46 in punto, alla fine della liturgica introduzione del conduttore tv/commensale che si era presentato con tanto di lavagnetta e grafici che spiegavano come si era riusciti nel miracoloso debellamento del Diverso, una luce improvvisa quanto abbagliante baluginò negli occhi di tutti i milioni di telespettatori in quel momento all'ascolto. La luce era fortissima e illuminò tutte le case, le stanze da letto, le strade e le piazze dell'intero paese. Era stato l'ultimo sopravvissuto alla guerra inter-etnica a provocare tutta quella lucentezza. Armato unicamente della sua immensa fantasia e dalla sua irrefrenabile curiosità. Con tutte le sue gemme colorate raccolte con minuziosa cura nei mesi del caos era riuscito nell'impossibile. E ora mentre i volti dei politici corrotti, dei grandi dirigenti, degli speculatori, dei giornalisti servi apparvero finalmente agli occhi dei milioni di telespettatori nel loro reale carattere demoniaco,immondo e orripilante, sugli schermi comparve una nuova scritta luminosa che recitava “Ora parlatevi, il mondo è vostro”. Sullo sfondo degli schermi tv ora c'era una moltitudine di donne e uomini che finalmente autogovernavano le loro vite e le loro terre non più infestate dal male. Le parole di P. ora potevano illuminare l'alba del nuovo mondo. E P. poteva finalmente abbandonare il suo stato di clandestinità e chiamarsi con il suo vero nome, Paki.
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