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Il ciclo dei rifiuti PDF Stampa E-mail
Lunedì 28 Marzo 2011 17:03

di Massimiliano Smeriglio

"Il ciclo dei rifiuti si può chiudere al 100%, recuperando tutta la materia, senza portare nulla né in discarica né, tanto meno, riducendolo in fumo."

Patrizia Gentilini, Oncoematologo, Associazione Medici per l’Ambiente

Ho sempre provato una strana attrazione per gli scarti che la metropoli produce. Sarà perché ho avuto la fortuna di non finire in discarica ma di avere usufruito di una seconda chance, alla maniera del riuso. Proprio come nel ciclo dei rifiuti.

L’estate per me, fino ai quindici anni, ha significato un lembo di terra precario cosparso di casupole e baracche, conficcato tra il mare e la foce del Tevere.

Il linguaggio a volte è un inganno, un artificio, un mantello capace di coprire e ammorbidire gli spigoli. Per questo provarono più e più volte a trasformare il nome di quella stazione terminale senza mai mettere mano alla maledizione del luogo.

Il buon pianificatore pubblico tentò con Nuova Ostia.

Poi un guizzo di creatività democristiana decise il ribattezzo con Cala Tiberia.

Non ci fu nulla da fare, quel luogo continuò a chiamarsi Idroscalo.

Delle antiche vestigia, degli idrovolanti, delle spericolate imprese di Italo Balbo non era rimasto granché.

Poco meno di un bunker antiaereo disperso in mare, sommerso per metà, utilizzato come trampolino dalla gioventù incattivita di piazza Gasparri.

Una sabbia di nessuno fatta di esondazioni, povertà e malavita.

Una sabbia che sentivamo nostra, una banda di una decina tra sorelle e cugini che avevo il compito di capitanare, non per qualità particolari, ma per dato anagrafico.

Sabbia dei miei nonni che riuscivano a garantirci pane e governo per quattro mesi l’anno.

Lì ho imparato il calore del ferro scambiato per spiaggia, il tuffo interstiziale, il camminare scalzo tra scogli di risulta e pezzi di asfalto di strada bombardata.

Ho imparato la voce delle cicale, l’intelligenza dei pesci e l’astuzia dei topi. Ho imparato a nuotare e a resistere al sole con la muta continua di pelle bruciata.

Ho imparato l’assenza di silenzio, il vociare continuo di popolo in esodo dalla fatica.

Quel mare non era un viaggio, né una vacanza.

Era un ristoro obbligato, bello, faticoso, asciugato dal sole.

Quando mio nonno tornava dalla notte di lavoro ai Mercati generali mia nonna ci evacuava a forza. Alle nove del mattino, una tazza di latte col pane, messi alla porta per l’intera giornata.

Esclusa l’ora del pasto stavamo in giro tutto il giorno a piedi nudi, sulla pianta del piede ascoltavamo il cambiamento della temperatura. L’umidità del mattino che ritornava alla sera.

Liberi di sciamare per chilometri dentro confini invalicabili, il mare, il fiume e la città che avanzava alle nostre spalle.

Avevo un fisico scheletrico, nervoso, l’unica sudorazione era quella sotto le ascelle. Una sudorazione acida, capace di prendere alla gola.

Capita a me, come a tutti credo, di incontrare un lezzo, un puzzo che fa detonare abissi emotivi.

Metti l’odore del refettorio della scuola, io ad esempio non ci volevo restare a pranzo alla materna, non è come ora che ci rimangono tutti, quaranta anni fa era diverso, ci restavano gli sfigati. Ancora oggi quando entro in una mensa riconosco quel maledetto odore, mi prende allo stomaco, mi dà il vomito, e spinge le gambe verso l’uscita.

Oppure l’odore di muffa e ruggine nelle seconde case, quelle vicine al mare, quando ci arrivi dopo un inverno di mare grosso e salsedine.

O l’odore delle pesche col vino, le pesche giallone immerse in pessimo vino bianco da pasto.

L’acido delle ascelle invece mi culla, mi dà riparo, lo ascolto e mi perdo dietro la sollecitazione dei ricordi.

Il sudore di mio nonno quando, dopo una notte di lavoro, si metteva ad aggiustare i danni del mare alla nostra Villa miseria.

Sotto il sole di giugno con le buste di cemento rimediate allo smorzo della Via del mare Mare e la sabbia recuperata sotto il cartello scrostato “Divieto di balneazione”.

Un impasto improvvisato condito con rena balorda, piena di sale e detriti, pronto a sgretolarsi di nuovo dopo qualche mareggiata.

Gli davo una mano e lo osservavo sudare ed imprecare le mille madonne del cielo perché quello non era il suo mestiere. Poi beveva a garganella acqua e idrolitina, mentre rigagnoli di liquido e bollicine si perdevano sul collo e su una pancia tesa come un tamburo.

Il sudore di mio nonno quando mi abbracciava e mi portava sugli scogli per imparare l’arte del tuffo chirurgico, quello che si insinua tra onda e risacca.

Tuffo che non ammetteva errori o tentennamenti.

Il sudore di mio nonno quando alle quattro del pomeriggio sospendeva la partita continua che ingaggiava con la fatica e usciva nella veranda zuppo di un sonno senza ventilazione e serenità.

La montagna è venuta dopo, nel tempo delle scelte e delle consapevolezze, è venuta d’impulso e si è rafforzata rincorrendo Francesca.

Non ho profilo d’esperto, è il passo curioso che mi sostiene e che mi fa distinguere la montagna dal mare.

E tra le montagne due picchi inconciliabili: quello aspro e inaccessibile che si dà soltanto agli amanti più arditi, e quello gentile, partecipato, pronto a dispensare amore portando in groppa chiunque abbia voglia di attraversamento.

La montagna è in ogni caso più democratica del mare.

Non impone competizione tra corpi, non umilia i brutti, i grassi, i pelosi, non emargina le diverse abilità, non compara bicipiti o seni e non scambia le articolazioni corporee per materiale da esposizione. La montagna si nutre del camminante, lo accoglie e gli indica il sentiero, ma spetta al camminante decidere il passo.

La montagna ha il profilo di una democrazia esigente.

Ogni passo verso la meta lo devi rifare al ritorno, ogni passo in avanti contiene il suo contrario, e l’andare e tornare fa somma e mai sottrazione. La montagna è silenzio, cautela, bellezza senza mediazione, è il rapporto continuo col tempo su di un asse che va dalla luce del mattino al tramonto, è un corpo a corpo con la fisicità degli umori atmosferici.

Pioggia, freddo, caldo, nebbia e neve compagne impreviste del cammino.

In mare puoi scegliere lo stile e la traiettoria, se muoverti verso il largo o lungo la linea di terra, in montagna comanda il passo che chiama l’altro, non c’è stile ma solo perseveranza e pazienza. La scelta è ridotta, non si esce dalla montagna come si esce dal mare, devi contare i passi, nel tempo che serve, per tornare al principio.

Anche adesso, sotto la pioggia, quando scendo dalla morena delle Odler verso malga Zannes, lasciando in cima Iacopo impegnato ad affrontare i suoi otto anni lungo le cime di una ferrata, anche adesso, camminando lentamente tenendo ilal passo dei cinque anni di Sara e di Francesca, ostinata a calcare la montagna con una gravidanza in scadenza, anche adesso con un tempo che peggiora di colpo, le mani rosse dal freddo, la paura di Sara per i tuoni, l’acqua sopra la testa e sotto i piedi, il fango che penetra i vestiti, soprattutto adesso sento nello stomaco la forza della montagna, la sua imprevedibile ripetitività, la sua monotona capacità di stupirci.

E da dà emozioni grandi il passo convinto e faticato dei bambini quando comincia la strada del ritorno, lo vedi dallo sguardo di Sara, attenta ad ogni passaggio, ora sa che c’è ce la farà, che il ciclo si chiuderà con soddisfazione, che tornerà alla malga con le sue forze, spinta dalle sue minuscole gambe.

Lo vedi dalla dall’ostinazione di Iacopo nell’affrontare, dentro una nuvola che lo contiene senza proteggerlo, la sua rampicata.

Sensazioni che sanno di vita, ci cammina sotto i piedi, striscia dentro le nostre abitudini e ci travolge. Ma non sa di sale come gli umori marini, ha piuttosto il puzzo vitale del letame che avvolge la stube dove facciamo campo base. ÈE’ un puzzo acido, merda mischiata a latte e fango, un puzzo che avvolge la giornata e impregna i vestiti.

È vita profonda, ancestrale, che batte il tempo delle stagioni.

È vita solitaria, antica, fetale.

È una vita che riusciamo a percepire senza poterla attraversare. C’è Ce la facciamo bastare come occasione mancata, come manciata di pregresso. Non siamo più in grado di attraversare verità semplici come il letame, che porta vita e non solo un lezzo per noi insopportabile.

Scambiamo senza cattiveria, ed è una un’aggravante, il ciclo vitale per scarto irricevibile.

Eppure continuare a cercare in direzione nord, scovando le alte vie e la maestosità del paesaggio, non ci rende migliori, ci fa sentire peggiori, ed è già qualcosa.

A Malga Zannes voglio tornarci da vecchio, so che le Odler concedono chance anche a chi arranca sotto il peso degli anni.

Voglio tornare a quella ferrata con Iacopo, ritrovare il suo sguardo, quell’istante di felicità tra corda e intenzione. Misurare di nuovo quel bozzolo di etica della responsabilità che lo fa già uomo.

Voglio rifare il sentiero con Sara, rintracciare la sua ostinazione che nel frattempo si sarà persa nel mondo.

Voglio commentare il paesaggio con Niccolò, nutrendomi di un sorriso che oggi non so immaginare.

Voglio farlo lentamente, mettendo a fuoco la traiettoria sbilenca dell’esistenza.

Misurando ciò che è rimasto e ciò che si è perso.

Quello che non potrò fare è tornare con i miei figli all’Iidroscalo. Quel luogo, quello spicchio di mondo non esiste più, conteso tra il lusso volgare del nuovo porto e la resistenza dei suoi abitanti, per lo più migranti, che non ci passano l’estate ma la vita intera.

Due mondi contrapposti, divisi da una lingua d’asfalto mezza sgarrupata e dal monumento a Pasolini messo lì a fare da frontiera tra due precipizi.

Quello eccedente, eccessivo, bulimico, accecato dalla ricerca di godimenti senza limiti di padroncini rancorosi che sfoggiano barche extralarge.

E quello cosparso di umidità che consuma le ossa di chi lavora, ruba, estorce o si prostituisce per portare a casa la giornata.

Chissà quale lato della strada avrebbe scelto Pasolini.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Marzo 2011 17:10
 

Commenti  

 
0 #1 noise noiselle 2011-06-26 12:15 Il mito del senza scarto è un pensiero spirituale utopico. Esso afferma che tutto quanto si crea poi si decrea, viene sterminato, finisce. Ma la realtà va ben diversamente. Lo scarto magari a un altro livello diventa il motore, il materiale per nuove forme autorganizzante si di vita. Così la creazione va avanti ancora… nonostante si cerchi la creazione perfetta, quella che mentre si crea allo stesso tempo si distrugge, annulla completamente… Compiendosi del tutto. Citazione
 

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