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Loop 15: il trailer!


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La Stazione PDF Stampa E-mail
Lunedì 30 Marzo 2009 22:45
di Francesca de Girolamo

Era in cerca di un’idea.
Una qualunque stupidissima idea per ritrovare l’ispirazione. Da quando si era chiamato fuori dal vortice caotico degli affetti, degli impegni presi e poi disattesi, di quelli da rispettare per forza in nome della rappresentanza, delle parole sprecate e di quelle non dette, percepiva tutto il peso dei ricordi del passaggio in questa vita come uno “stare senza esserci”; con il nodo alla gola e l’imbarazzo che ti procura un estraneo che non smette di fissarti. Stringendo il volante tra le mani, continuava a guidare per le vie della città. Guidava per ore, da sempre, senza mai poter determinare il viaggio. Guidava verso mete stabilite, come un passaggio di vento, su strade battute e senza mistero, per necessità di spostamento e mai di sogno; guidava e aveva dimenticato che l’essenza del viaggio non è l’approdo, ma il viaggiatore. Proprio lui, che nella vita avrebbe voluto soltanto scrivere ed essere scordato in fretta, non aveva saputo conservarsi né proteggersi, finendo col dimenticare anche se stesso, i propri sogni, lo sguardo lungo oltre la linea d’orizzonte. A cinquant’anni “il mezzo secolo” non ci cammina a fianco. Ce lo portiamo sulle spalle come zavorra e non c’è più tempo da sprecare; per diventare giovani ci vogliono anni di leggerezza e poca pazienza…Pazienza e Pigrizia, per la mia età, sono femmine pericolose; ti succhiano via l’essenza e i ricordi ormai, sono cattivi compagni di viaggio. Non c’era scritto altro sull’agenda aperta al 15 di Aprile, poggiata sul sedile del passeggero, come a tenergli compagnia.

Il caldo fastidioso di mezza primavera lo irritava più del flusso sconsiderato dei pensieri. Si accese un’altra sigaretta e alzò il volume dello stereo con la speranza di distendersi un po’. Non prestava mai troppa attenzione alla musica, così lasciò salire i decibel di un canale radio sconosciuto, uno di quelli che trasmettono tutto il giorno dediche e pezzi evergreen, giornali radio e hitparade degli anni di piombo. Era ormai fuori dal traffico centralizzato di quella che a lui piaceva chiamare “piccola città, bastardo posto”, citando un famoso cantautore, quando l’impianto audio di quella che un tempo poteva definirsi una-gran-bella-macchina-superaccessoriata, iniziò a suonare un motivetto anni sessanta. Passò qualche secondo prima che riconoscesse il pezzo. Era una canzoncina estiva, un odierno “tormentone balneare”, che veniva trasmessa dagli stabilimenti balneari nelle giornate di mare. Quella musica lo faceva sentire bene, sereno, leggero, come non era da tempo. La macchina continuava ad andare lungo la strada e così andava la sua mente, indietro, a cercare in quella zavorra di eventi, errori, odori, sogni, obblighi, pensieri… Era l’estate del 66, doveva avere poco più di 7 anni. La casa, quella delle vacanze estive, emanava quell’ odore di salsedine impregnata nelle mura che a tratti fa girare la testa; riusciva a ricordare i pomi d’ottone del letto dei suoi genitori corrosi dallo iodio. Erano estati lunghissime quelle, da maggio a settembre, di sabbia e pallone, biciclette e ginocchia sbucciate, serate febbrili per il troppo sole e notti febbricitanti di baci a lungo sognati. Erano estati che si partiva in treno, la mamma piena di pacchi, pacchetti, vestiti e riviste e il papà, con la radio sotto il braccio, la ciambella già gonfiata per non affogare e il viso paonazzo perché: “Non è possibile che lo stabilimento aumenti i costi tutti gli anni! Basta! Ho deciso, l’anno prossimo vi porto in montagna! IN MONTAGNA!!! Altro che mare! Che la montagna fa bene a Nino per le allergie, costa meno e quando vai a dormire non ti ritrovi la spiaggia nel letto!!!”. Quante volte l’aveva sentita quell’arringa così buffa…eppure ogni anno era di nuovo lì, in quella casa di spiaggia, cioccolato e acqua ossigenata; tra cielo e mare.

Era l’estate del 66. Quella mitica dei mondiali d’Inghilterra. Il treno che li portava al mare, fermava fuori dal paese di destinazione, in una piccola stazione rurale, circondata dal verde e dalle case dei ferrovieri. Di solito, qualcuno veniva a prenderli in auto per accompagnarli a casa, anche se a volte era capitato di doversela fare a piedi con armi, bagagli e sempre il papà paonazzo ad elencare i pregi della montagna. Aveva sempre amato l’idea di una fermata ferroviaria di un paese di mare tanto lontana dal mare, quasi a volerlo nascondere, a proteggerlo da sguardi indiscreti; dalle lacrime e dalle imprecazioni che la disperazione dei giorni grigi gli fa rivolgere d’inverno, dalla sconsideratezza e dal vocio dei turisti d’estate. Ogni anno era come un rito; si scendeva dal treno e poi via a correre un po’ sul prato davanti alla stazione, prima di arrivare all’approdo, in macchina o sulle gambe, sudati e già pronti a buttarsi in acqua. Lui aspettava forse più quell’arrivo nel verde che gli eventi successivi. Nel ’66 però, accadde qualcosa: se ne stava, come sempre, attaccato al finestrino nel tentativo di avvistare per primo l’insegna che indicava l’arrivo nella città di vacanza, curioso ed eccitato. Il treno iniziò a viaggiare nel verde, su rotaie che per lui bambino erano già onde, veloce, di vento che le fa grandi e poi ti ci butti dentro prendendo la rincorsa. Avvistò la scritta e subito scosse la madre assopita e accaldata e allertò il padre per prepararsi a scendere...Il treno era sempre più vicino alla stazione e l’immagine del verde, di una bella partita a pallone come quella dei campioni delle radiocronache, gli faceva brillare gli occhi di gioia. Perso tra questi pensieri, non si accorse che il treno non rallentò affatto e, anzi, con uno sbuffo quasi di sfida salutò la vecchia stazione andando oltre, abbandonandola nel ricordo. Pochi chilometri dopo, tra lo stupore di molti, il treno iniziò a rallentare per entrare lentamente in stazione, nella nuova stazione, quella tutta-pulita-e-mattonata-che-c’è-anche-il-bar-e-appena-esci-un-viale-lungo-e-alberato-
ti-porta-senza-fatica-dritto-dritto-al-mare! Da allora non ci sarebbero più state soste, da allora non ci sarebbe più stato mistero, da allora anche lui era un po’ meno bambino.

Ora sapeva dove andare, sapeva da dove far ricominciare il suo viaggio, come diventare finalmente un viaggiatore. Si diresse lungo quella che era la strada sterrata, verde e polverosa che collegava il paese al treno; gli alberi erano ancora lì, malgrado il passare del tempo. Una troupe televisiva girava una fiction creando un po’ di scompiglio. Arrivò nella piazza antistante la stazione, quella che un tempo era il prato in cui giocava e correva. Le case dei ferrovieri erano ancora lì, anche se al piano terra ora c’era un bar-ristorante, l’antica stazione si chiamava, o giù di lì. Lasciò l’automobile che aveva guidato quasi da sola, ed entrò in stazione, un po’ intimorito per i cambiamenti che il tempo porta, non solo sulla pelle, ma anche alle cose: rughe di smog, lavori mal realizzati, passaggi ingombranti e ripetuti, piedi troppo pesanti… Stupito, la trovò com’era; più sporca e malandata, ma carica di quell’attesa che gli regalava anche da bambino. C’era una panchina di cemento, ormai corrosa ma stabile; si mise seduto. Aprì l’agenda che gli aveva fatto compagnia durante questo viaggio di memoria e iniziò a scrivere, prima timidamente, poi con consapevolezza. Scrisse di mare e del primo amore e dell’Italia che quell’estate non vinse i mondiali; scrisse delle biglie e delle figurine, di sé e dei giorni da non sprecare più…e mentre scriveva passavano i treni, veloci, lasciandosi dietro una scia di vento forte, un po’ come stava facendo lui; passavano veloci, tradendo l’aspettativa del cartello con scritto “stazione di…”, andando dritti, veloci, non fermandosi più.
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Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Marzo 2009 22:46
 

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