|
di Bruno icks Il cielo è bianco e sembra infilzato dalle antenne, come un’oliva da uno stuzzicadenti su un bancone di un bar. Non importa se gli autobus sbuffano e amplificano i rumori di questo primo giorno d’estate apparente. C’è una quiete affaticata nel caos del traffico e i raggi solari che filtrano scaldano più di ieri e del giorno prima.
Esco in strada respirando a pieni polmoni aria mediamente inquinata, penso che a pochi chilometri c’è il mare, la sabbia , asciugamani con la faccia della Monroe ,il Colosseo tatuato in serie, piercing sull’ombelico, granite dai colori improbabili. Rimango sospeso, tra la voglia di buttarmi in acqua e la consapevolezza che in mezzo potrei trovarci di tutto. Buste, assorbenti che fanno surf o come quella volta che sembrava di nuotare in un serbatoio, per quanto puzzava di benzina e lo stronzo con la moto d’acqua che spiottava a cento metri dalla riva.
Certi pensieri mi spingono verso la sicurezza del cloro, raggiungo velocemente una piscina, nel tragitto faccio la conta, delle cose che ho dimenticato di mettere in borsa e di quelle che non ho dimenticato affatto. Con una buona dose di fortuna evito un pedone che attraversa con il verde mentre gioca con il telefonino, scomodo qualche madonna e alcuni santi mentre slalomizzo le buche, ma gli occhialini non li ho dimenticati e questo, nonostante non avrò nulla per asciugarmi, mi mette di buon umore. Solo la tipa all’entrata e una considerevole quantità di euro mi separano dal primo tuffo all’aperto, il cielo rimane color latte ma non da l’impressione di volgere al peggio, i santi e le madonne sono tornati al loro posto, semmai ne avessero uno ,ed io non posso far altro che entrare in acqua. Tre bracciate un respiro, guardo la striscia nera fino a quando non arriva il momento di virare, spingo con le gambe e mi distendo, inizialmente non penso a nulla come di solito mi capita quando nuoto, poi la testa , in qualche modo assecondata dall’elemento blu comincia a seguire un suo percorso, autonomo dal corpo, che meccanicamente ripete gli stessi movimenti per i cinquanta metri di lunghezza , dell’olimpionica e gelida piscina delle Rose. Tre bracciate un respiro, la mente va a quella volta che avrò avuto non più di otto anni e mi ero allontanato troppo dalla riva, mio padre venne a prendermi , anche se io non avevo paura e sarei tornato sano e salvo comunque o la prima volta che sono andato dove non si toccava ed il mare,nei tardi anni settanta, sembrava ancora pulito almeno per i miei occhi . Tre bracciate un respiro e di fronte a me ci sono le scuole medie, la matematica che odiavo ed odio ancora, il doposcuola con i ripetenti che erano già piccoli criminali, ganci cielo sognati durante l’ora di ginnastica, tornare a casa sudato, vinili rigati e la prima cotta per una con la pelle d’ebano, il primo bacio sulle labbra e una rete scudetto annullata per un fuorigioco inesistente. Tre bracciate un respiro, la lametta taglia la barba che comincia a crescere. Le superiori. Duran o Spandau ? Ed io , che avevo da poco visto il concerto dei Clash alla festa dell’Unità , semplicemente me ne infischiavo. Le sbronze, il marocchino che dentro era verde e ti mandava a casa presto la sera, lacrimogeni e limoni, la Falcucci vecchia babbiona , cubetti di porfido in tasca e sciarpe sul viso. Tre bracciate un respiro, saltimbanchi , casse acustiche autocostruite e tunz e tunz e balla e balla ai cortei, che prima ci avevano i baffoni sotto le giacche. Monetine , fette di mortadella, gente che urla ritmata: la-dro- la-dro, fuori a un hotel del centro. Macchine blindate, sirene spiegate, muri e gomma, la Repubblica che diventa seconda, ruttando i fantasmi della prima. Nani da giardino vestiti di nero, camminano spediti lungo Via del Corso, verso il Parlamento. Tette, culi, sottilette. Coltelli che tagliano barattoli, poltrone reclinabili subito a casa tua con dieci comode rate. Tre bracciate un respiro, gratta e vinci lavori precari, amori saltuari.Stessi binari. Produci , consuma , crepa e Giovanni Lindo che l’ha scritta è vivo, ma non lotta insieme a noi. Montagne di rifiuti, calze a rete e giacche e cravatte, tutti li a cercar di scalarle. Tre bracciate un respiro , poi un cavernicolo, anche di una certa età , si tuffa in acqua che quasi mi prende e con un semplice… “ scusa a moro”… passa all’altra corsia a saltellare e a muovere le braccia sui ritmi house dell’acqua gym. Prendo fiato , lassù qualcosa ricorda un album omonimo dei Beatles , dall’altra parte della piscina forse si sforano i limiti di decibel consentiti…”e cinque ..e sei..e sette..e otto”…una, indemoniata salta , balla e mima i movimenti da far ripetere a chi sta in acqua , compreso l’uomo della pietra. Persa la concentrazione per il crawl mi attacco al blocchetto di partenza, punto i piedi sul muro le braccia all’indietro questa volta, la riga nera non c’è più al massimo si vedono passare gli aerei, con le mani cerco l’acqua più lontana per spingere meglio, dietro i miei piedi non c’è nessuno, solo la scia e le sigarette fumate. Il sole spunta e poi scompare di nuovo, in qualche modo è estate ma lui non sembra farsene una ragione, si nasconde dietro pallide nuvole, gioca e scappa di nuovo, rincorre primavere già passate,riempie di luce quello che può,lasciando al resto l’ombra. Sembra impossibile ma dall’altra parte ancora saltano, una con i braccioli quasi affoga, prendo fiato ma non sono stanco tolgo l’acqua dagli occhialini , riparto di nuovo.Nel dorso allungo i muscoli della schiena, seguo il rollio del corpo .Vorrei essere dell’acqua l’abito più confortevole,scivolare e distendermi, non galleggiare, essere elemento, liquido, parte di ogni singolo atomo. L’orologio segna che la nuotata a tempo si deve per forza di cose interrompere, il cielo neanche lo guardo più, bianco che è. Scorrono figurine di una vita, album sparsi di qua e di là, in un giorno così, sospeso tra le stagioni. Chitarre elettriche suonano nella testa , il basso , gonfio soffia sulle vele dei ricordi , rullate in controtempo , il charleston che fa cik –cik , le voci più cupe e profonde si mescolano. Sono il velluto di Leonard Cohen, la carta vetrata di Strummer, il buio illuminato di Ian Curtis, in un'unico canto che , magicamente , segue il rumore dell’acqua , facendolo diventare un suono. Il tempo è veramente scaduto , mi fanno cenno di uscire raggiungo la scaletta e guadagno il bordo piscina , velocemente faccio la doccia , i vestiti faranno da accappatoio. Dentro me una certa malinconia , per il mare sempre più irraggiungibile e sporco, per gli euro consegnati all’entrata della piscina, per certa musica che sembra esistere solo per le mie orecchie e nessuno la può ascoltare, per le persone a migliaia nelle piazze che non ci sono più o se ci sono sembrano invisibili. In tasca qualche moneta e nessuna lacrima , addosso la sensazione di benessere derivata dalle vasche fatte e forse anche dal sole che finalmente si intravede e scalda la pelle , le ossa, fino alle dita dei piedi. Cerco la mia auto, nel frattempo i merli imitano le suonerie dei cellulari , rifugiati sui pochi alberi che si muovono , il vento li accompagna in una danza che sembra finire subito , poi battere i piedi di nuovo, trasformarsi in boogie woogie , nello stomaco quasi niente, solo rumore , un po’ d’appetito e una certa predilezione per la rivolta. La strada verso casa non è molta , il suono che nell’acqua era comparso non trova spazio tra i gas di scarico e le strisce pedonali, comunque rimane latente nelle mie orecchie accompagnandomi in questo breve viaggio. Lo stereo non funziona , da mesi è rimasto incastrato un cd che inizio a detestare, provo con la radio ma una tremenda logorrea assale i d.j. che parlano in continuazione ,spengo e mi canto nella testa …it’s one for the money, two for the show…. Ho scarpe blue ai piedi anche se non sono lucidissime, tra me e il mare sempre pochi chilometri sembra quasi di sentirne il rumore, che si somma alle shoes di Elvis ,alle quattro del pomeriggio di un lunedì qualsiasi.
|